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Affidarsi alla vita
Eccolo qui Maggio, il mese che raccoglie l'eredità dei mesi invernali bui e piovosi e ci lancia nel pieno della primavera con le sue giornate sempre più piene di sole e di calore. Ancor più, però, Maggio, sembra rappresentare un piccolo scrigno che racchiude la famiglia di Nazareth: si apre con la festa di S. Giuseppe, lo sposo di Maria, il grande lavoratore e si snoda esaltando la figura di Maria, la giovane sposa, che con il suo Sì ha reso possibile il progetto di Dio.
Nazareth è la città in cui è nata la più bella storia d'amore. Qui Maria e Giuseppe si sono conosciuti, hanno avviato i loro primi approcci, hanno intrecciato i loro primi discorsi, si sono scambiati le loro prime tenerezze, hanno sognato il loro futuro di sposi.
Quella maternità umanamente inspiegabile, però, li sconvolge.
La casa di Nazareth, prima testimone dei loro sogni, diviene il luogo del loro angoscioso interrogarsi. Nonostante tutto decidono di lasciare spazio al mistero, accettando il progetto di Dio. Giuseppe e Maria, in un certo modo, incarnano la paternità di Dio.
Questa esperienza la sentiamo profondamente nostra. Non siamo Maria e Giuseppe, sicuramente il loro Sì ha avuto ripercussioni immense, ma li sentiamo vicini quando accettano, seppur nell'incomprensione di incamminarsi verso mete inesplorate. Per me e Patrizia la decisione di intraprendere il cammino dell'adozione è arrivata dopo un lento e lungo cammino, fatto di riflessioni, pause, riprese e confronti, a volte anche duri.
Da quel momento in poi, domande di questo tipo, hanno tratteggiato il nostro percorso: "Perché avete fatto la domanda di adozione?" "Siete sicuri che sia la scelta giusta?". Domande più che legittime, ma pesanti come pietre, perché forse non esiste una risposta univoca, semplice, valida per tutti. Sono momenti intesi, forti, pieni di grandi emozioni e sentimenti.
Voler dare a un bambino una famiglia, un posto dove stare, dove crescere, cercando di rispettare i suoi percorsi, le sue aspirazioni, sembra essere la motivazione più immediata. Come nascondere, però, l'infinita voglia di essere amati? Come non riconoscersi desiderosi di affetto e di creare un legame forte e duraturo? Il momento più bello, però, è stato quando nostro figlio è arrivato a casa. Finalmente quel bambino, presente nei nostri pensieri prendeva vita, s'incarnava in un volto e in un corpo. Di certo la sua presenza ha rimesso in discussione le nostre certezze, ci ha fatto percorrere strade inedite, ha impedito di impaludarci dentro schemi rigidi e prefabbricati, ha cambiato i nostri ritmi e il nostro modo di vivere. Quanti cambiamenti anche per lui! Quanti lutti nella sua vita, quanti momenti pieni di ansia e di timore! Essere dentro una relazione significa, dunque, imparare a riconoscere l'altro, ma senza soffocare o essere troppo distanti.
Nella "normalità" il cammino educativo è pieno di incognite e di dubbi, a maggior ragione quando si ha di fronte una persona di cui non si conosce quasi niente.
Nei nove mesi precedenti la nascita di un bambino papà e mamma si attivano a metter insieme le cose necessarie, preparano la culla, la cameretta dove verrà ospitato il futuro figlio. Patrizia e io, invece, abbiamo fatto un cammino molto diverso. La stanza c'era, ma era vuota, quando abbiamo appreso la lieta notizia abbiamo sistemato un letto, un armadio, abbiamo appeso poster alle pareti, abbiamo cercato insieme all'aiuto dei nostri familiari di rendere accogliente quel luogo. Da un momento ad un altro, senza troppo preavviso, ci siamo trovati a cominciare il cammino affascinante dell'essere genitori. Quello che finora ci ha sorretto è stata la speranza di poter costruire e di assaporare un legame forte e tenace che sappia andare oltre il presente, gettarsi oltre gli ostacoli, superare le avversità e le notti buie.
Quante volte nostro figlio ci rialza nei momenti di maggiore tristezza, quante volte lo abbracciamo cercando di far sentire tutto il nostro affetto nei momenti più difficili per lui. Di sicuro siamo contenti di aver fatto questa scelta e, nonostante le difficoltà, ci doniamo reciprocamente gioia.
Ben presto ci siamo resi conto che la nostra disponibilità doveva essere totale, poiché nostro figlio ha una gran sete d'amore e di attenzioni e quando li riceve li "succhia" instancabilmente.
La naturale conseguenza è che, a volte, nei momenti di stanchezza e di scoraggiamento, ci sentiamo letteralmente" prosciugati", ed è proprio lì che il rapporto di coppia, la fede e la preghiera ci ridanno le energie necessarie per poter ricominciare.
LUCA TOSONI
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Pedagogia della condivisione
La pedagogia della condivisione, intesa a valorizzare la solidarietà e il contributo che ciascuno può dare al gruppo di cui è parte, può favorire una maggiore autostima fra gli studenti e consentire lo sviluppo di abilità relazionali e sociali in grado di migliorare notevolmente l'apprendimento scolastico.
Nella pedagogia della condivisione confluiscono i contributi di diversi studiosi esperti di economia, filosofia, pedagogia e psicologia, fra i quali non mancano coloro che stanno offrendo nuove idee per un miglioramento della scuola in Europa, a partire innanzitutto da un più attento orientamento del gruppo classe verso la cooperazione. Si tratta di ricerche che, nel tenere presenti gli importanti mutamenti sociali ed economici in atto dovuti alla crisi economica, offrono svariate proposte per favorire la qualità dell'istituzione scolastica, incrementando l'aiuto offerto a ogni studente nello scoprire i propri talenti e conseguire la propria autorealizzazione, all'interno di un clima classe sereno e animato da valori collaborativi.
Molti esperti sono d'accordo nel ritenere che la qualità della scuola dipenda dalla sua pregnanza culturale e formativa e che, nonostante le resistenze dell'attuale modello culturale ed economico orientato alla competitività e ora entrato in crisi, l'unico modo per avere una scuola di qualità sia puntare sulla cooperazione fra gli allievi e su una più attenta valorizzazione cognitiva e affettiva. Questo tiene conto sia dei mutamenti sociali in corso, sia delle nuove dinamiche caratterizzanti il mondo del lavoro, sempre più orientato verso modelli ed esperienze legate alla solidarietà e alla cooperazione fra i singoli e le organizzazioni.
Importanti studiosi della condivisione come Jeremy Rifkin, Alfie Kohn, Mario Polito, Andrea Braggio, Dario Arkel, sanno quanto sia forte oggi la contraddizione fra la valorizzazione di progetti pedagogici di apprendimento cooperativo effettuati all'interno di un clima classe rivolto alla condivisione e al sostegno dei suoi membri e la svalutazione che ricevono da una società in crisi d'identità, dove si respira costantemente un atteggiamento egocentrico di affermazione individuale, anche a scapito del prossimo. Notiamo spesso che si tende a presentare la vita come una lotta, con l'unico obiettivo di emergere, si esaltino i vincenti e si offendono i perdenti o si suggerisce che per emergere bisogna scalzare gli altri, che l'affermazione di uno consiste nella sconfitta e nell'esclusione di molti. Il modello culturale e sociale che è rimasto finora imperante e che ora sta fortunatamente tramontando, ha offerto una visione assai limitata e svilente della vita, concepita come una vera e propria scalata per poter raggiungere i posti più elevati superando ed escludendo gli altri. La scuola è così stata sovente concepita come luogo al servizio degli interessi economici incentrati sul profitto e sulla competizione di mercato, piuttosto che come luogo formativo per tutti, in cui ciascuno può, guidato da insegnanti ed educatori responsabili, dedicarsi all'esplorazione dei propri talenti e alla formazione delle proprie competenze professionali, culturali ed esistenziali.
Quello che risulta chiaro è che per gli studiosi sopramenzionati, tutti accomunati da un sincero desiderio di aiutare la scuola a uscire dalla grave crisi in cui si trova, la collaborazione fra gli studenti può essere preparata coltivando giorno dopo giorno, con amore e costanza, un buon clima di classe. Si tratta di riconoscere a ciascuno il bisogno di sentirsi importante, di valorizzare le sue risorse e competenze nel rispetto dell'unicità di ciascuno, promuovendo l'acquisizione di abilità sociali e interpersonali. La capacità di ascoltare gli altri, il fornire il proprio contributo alla riuscita di un obiettivo, il sentirsi responsabili verso il gruppo, il completare la propria parte di lavoro da intrecciare a quella degli altri, il chiedere aiuto quando si è in difficoltà, il dare aiuto a chi lo chiede, il ringraziare chi ci ha aiutati, il motivare le idee argomentative, il permettere a tutti di contribuire, l'imparare a decidere assieme, sono tutte abilità che possono essere coltivate a scuola grazie all'introduzione di una pedagogia della condivisione per la quale il lavoro scolastico non è finalizzato a produrre profitti, ma a facilitare la formazione di ciascuno in tutte le direzioni.
In Italia e nel resto d'Europa, i giovani necessitano di ricevere opportunità di educazione e di lavoro per sviluppare tutte le loro potenzialità, tutti i loro talenti, tutte le loro dimensioni. La pedagogia della condivisione nasce per rispondere alle esigenze di chi si riconosce sempre di meno nelle attuali decadenti strutture socioeconomiche, caratterizzate dalla competizione e dalla separazione fra le persone, da una visione utilitaristica e individualistica che se ne frega della solidarietà e del futuro delle nuove generazioni. Per quanto disastrose nei loro effetti, queste idee neoliberali potevano forse essere accettate meglio alla fine degli anni settanta, ma ora iniziano davvero a non avere più molto senso. In un mondo globale che sta cambiando radicalmente nei suoi valori di riferimento, la pedagogia della condivisione individua così la necessità di scegliere con una certa urgenza, ai fini di una vera promozione integrale della persona, fra la logica del profitto come criterio ultimo dell'agire e la logica della condivisione e della responsabilità collettiva, che è orientata verso uno sviluppo equo e sostenibile per il bene comune di tutti.
La pedagogia della condivisione nasce anche in risposta ai gravi problemi che le nuove generazioni stanno attraversando, dall'aumento della depressione fra i più giovani, al dilagare dei suicidi in età adolescenziale, dal senso di totale sfiducia nei confronti del futuro di genitori e figli, alla svalutazione della famiglia e della scuola, lasciate sempre più sole dalle istituzioni. Introdurre attraverso insegnanti ed educatori una concreta pedagogia della condivisione, intesa a valorizzare la solidarietà e il contributo che ciascuno può dare al gruppo di cui è parte, può favorire una maggiore autostima fra gli studenti e consentire lo sviluppo di abilità relazionali e sociali in grado di migliorare notevolmente l'apprendimento scolastico.
Alcuni studi sono ancora in corso, ma praticamente tutti coloro che si interessano di pedagogia della condivisione concordano nel ritenerla il sistema educativo del futuro, quello cioè in grado di formare i nuovi cittadini del mondo e di salvare la scuola dal disastro formativo e culturale in cui si trova attualmente. Questo sarà possibile anche grazie a una rivalutazione della figura degli insegnanti e degli educatori impegnati in aula, i quali non devono essere concepiti come modelli statici, il termine fisso del processo evolutivo degli allievi, ma come persone impegnate insieme ai loro studenti in un percorso comune di crescita e di condivisione.
In un tempo che sembra privilegiare le relazioni virtuali, è possibile constatare un bisogno sempre più marcato di autentiche relazioni concrete, da persona a persona, come dovrebbero essere le ore di insegnamento nelle aule, che possono essere pensate come momenti di relazione interpersonale dei docenti con gli studenti. In fondo, è nel contatto umano che si dimostra tangibilmente la capacità di ascolto e di fiducia reciproca. In un tempo come il nostro, spesso dominato da falsità e ipocrisie, non bisogna sottovalutare la sete di verità, trasparenza e comprensione di bambini e adolescenti, i quali necessitano di vedere negli insegnanti e negli educatori impegnati con loro dei testimoni viventi di un'umanità vera e piena, uomini e donne che sappiano incoraggiare e guidare con verità, semplicità e amore. La pedagogia della condivisione nutre dunque il progetto ambizioso di passare da «una scuola per i giovani» a «una scuola con i giovani», affidando a essi precise responsabilità al suo interno, accogliendo realmente le loro intuizioni, rivalutando il loro protagonismo e la loro capacità di socializzare e solidarizzare nella scuola.
Le relazioni e l'amore interpersonale costituiscono senza dubbio un linguaggio che può essere appreso nella scuola grazie alla presenza di docenti ed educatori motivati e responsabili. Anche se i bambini e i ragazzi delle nostre aule sentono forte e naturale in loro una tensione verso l'altro, anche se arrivano presto a prendere coscienza del fatto che non possono fare a meno dell'altro, una vera e propria educazione al linguaggio delle relazioni positive – educazione quasi del tutto assente nella scuola – consentirebbe una formazione integrale della persona, con positive ripercussioni sulle modalità di apprendimento. L'opera educativa abbraccia infatti tutta la realtà della persona, la cui formazione consiste nello sviluppo armonioso di tutte le sue capacità e della sua specifica vocazione, nella quale l'amore e il dono di sé sono fattori irrinunciabili. Se bambini e adolescenti non ricevono in aula (e fuori) questa educazione, divengono incapaci di dimostrare vero rispetto, sostituendo a esso atteggiamenti violenti e possessivi, volti al soddisfacimento di un bisogno di accettazione e considerazione mal gestito. Non dimentichiamo poi che l'acquisizione di questo linguaggio richiede di affinare capacità cognitive (sapere), pratiche (saper fare) e morali (saper essere), che sono fra loro interconnesse. La pedagogia della condivisione sottolinea la forte interdipendenza fra la dimensione emotiva, conoscitiva e motivazionale nel bambino come nell'adulto.
Nei percorsi educativi che spesso la scuola promuove, si tende a realizzare progetti su parole impegnative, fin troppo abusate, come pace, solidarietà, giustizia, intercultura e così via. Sono parole che bambini e ragazzi per altro conoscono, anche attraverso i tanti contenuti multimediali che vengono proposti. Sanno distinguere se una cosa è buona o meno, se è bene o male dare un pugno a un compagno, emarginarlo o insultarlo; sanno che la pace è meglio della guerra; sanno... ma non è detto che poi queste conoscenze si traducano in gesti e pratiche coerenti. Se sotto queste costruzioni di saperi mancano delle fondamenta solide (che certamente non vengono costruite dall'oggi al domani) dove l'alfabeto relazionale di base è acquisito e sperimentato, si rischiano solo di costruire dei castelli in aria, facili a crollare di fronte ai pregiudizi e alle tensioni che la vita quotidiana pone davanti ai ragazzi.
Il pericolo al quale andiamo incontro è quello di un mancato riconoscimento e di una mancata comprensione di alcuni fondamentali elementi dell'alfabeto relazionale che ha come conseguenza di attivare atteggiamenti compensatori che rischiano di produrre o favorire incomprensioni, frustrazioni, ferite e conflitti. La pedagogia della condivisione avverte che la sola conoscenza delle norme sociali non determina necessariamente azioni sociali e prosociali corrispondenti. Esistono infatti altri presupposti da cui un'azione prosociale trae origine, come per esempio la capacità di percepire e dare un senso corretto ai bisogni di coloro che ci stanno vicino; la capacità di sentirsi competenti e importanti nel contributo che possiamo dare al lavoro degli altri; la capacità di riconoscere che il costo o il rischio richiesto per prestare aiuto non è poi così elevato rispetto alle proprie possibilità o alla situazione in cui ci si trova.
Nella pedagogia della condivisione risulta così centrale quell'intelligenza del cuore che include l'abilità di percepire e interpretare gli stati d'animo, le motivazioni, le intenzioni e i sentimenti altrui. Comprendere gli altri, le loro esigenze, desideri, paure, creando così situazioni sociali positive che agevolano la didattica. Questo richiede ascolto attivo, empatia, sensibilità nel riconoscere le espressioni del viso, della voce e dei gesti e l'abilità di rispondere agli altri in modo efficace, senza mai mancare loro di rispetto o darli per scontati.
Nell'opera intitolata Attivare le risorse del gruppo classe (Edizioni Erickson, Trento, 2000, p. 300), Mario Polito elenca dodici fattori che caratterizzano gli studenti di una classe animata da valori collaborativi, dodici importanti aspetti verso i quali si orienta la pedagogia della condivisione. Gli studenti di una classe animata da valori collaborativi:
- sono focalizzati sul successo di tutti;
- si aiutano perché ognuno possa migliorare secondo le sue capacità, ma anche utilizzando le risorse e le competenze degli altri;
- apprezzano il successo degli altri, perché è il risultato del contributo di tutti;
- si interessano a esplorare e a far emergere le risorse dei compagni che hanno maggiori difficoltà;
- respingono graduatorie, perché sono convinti che nel processo di apprendimento ognuno ha il compito di prendersi cura della propria formazione, sviluppando i propri talenti e utilizzando il sostegno e le risorse degli altri;
- amano tutto ciò che contribuisce alla loro cultura e non si limitano ad acquisire solo ciò che il «mercato» esige e impone;
- il loro apprendimento è orientato alla formazione integrale, perché deve servire per attraversare la vita in tutte le sue dimensioni e non solo in quella professionale;
- apprezzano l'apprendimento e il lavoro di gruppo, perché sono consapevoli del vantaggio di coltivare la propria crescita cognitiva con il contributo delle molteplici prospettive degli altri;
- amano discutere e argomentare le loro opinioni, perché sono convinti che imparano di più e meglio attraverso il dialogo, il confronto, la confutazione, il ragionamento;
- apprezzano la capacità di lavorare in gruppo, perché la vita richiede incessantemente di saper collaborare e di essere solidali;
- vogliono essere valutati in modo corretto, accurato, approfondito, sulla base di tutta la trama della loro mappa cognitiva;
- si sentono vincenti, perché sono capaci di convogliare le energie di tutti nella realizzazione di un progetto.
Ilaria Leoni
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I livelli familiari trigenerazionali
Gli operatori del Centro di consulenza per la Famiglia vengono a contatto con numerose storie di vita, complesse e dense di sofferenza. Tra queste spicca quella di Maria, una donna preoccupata delle condizioni di vita di suo figlio, della nipote e della nuora. L'intervento sistemico, destinato alla famiglia allargata, scioglie i nodi delle diffidenze reciproche e restituisce una nuova cornice agli affetti.
Il mio lavoro di psicologa mi porta a incontrare tante persone, coppie, famiglie e le loro storie. Sono storie narrate da chi meglio di tutti può raccontarle, da chi riesce a riprodurne colori, sfumature e a contenerne la complessità. Sono storie complesse che a un certo punto sono diventate storie di sofferenza, di dubbio, di timore, di insicurezza. Qualcosa è intervenuto a modificare un equilibrio che fino ad allora aveva retto.
Sono storie che meritano accoglienza, empatia, fiducia. Il lavoro terapeutico parte dall'ascolto di queste storie, dagli eventi, dai vissuti, dagli elementi che le compongono, per poi tentare di approdare a storie nuove e a differenti punteggiature (Watzlawick, Beavin e Jackson, 1971), in cui eventi, vissuti, elementi rimangono gli stessi, ma possono essere raccontati in modo diverso, storie meglio formate (Sluzki, 1999), che sappiano alleggerire la sofferenza. E un lavoro paziente, fatto di piccoli passi, si tratta di una co-costruzione, in cui l'utente rimane l'esperto di sé stesso e il terapeuta lo affianca nel cammino, apportando nuovi stimoli e significati differenti, in un continuo gioco di formulazione e abbandono di ipotesi, guidate dalla circolarità e da una neutralità (Selvini Palazzoli et al, 1980) che assume i toni della curiosità (Cecchin, 1988) e consente di intravedere nuovi punti di vista e sperimentare mosse alternative, alla ricerca di patterns che connettono (Bateson, 1984). Sono storie raccontate al presente, a cui è possibile attribuire significati nuovi e letture alternative. Una di queste storie (di Maria e della sua famiglia), è giunta sino al Centro di Consulenza per la Famiglia.
Il Centro Consulenza per la Famiglia
Il Centro di Consulenza per la Famiglia è un consultorio diocesano aderente alla confederazione dei consultori di ispirazione cristiana, al cui interno opera un' équipe specializzata e multidisciplinare composta da diverse figure professionali: consulente morale e spirituale, psicologi e psicoterapeuti, pedagogisti, legali, medici (ginecologo, pediatra, psichiatra), assistente sociale, ostetriche, insegnanti di metodi naturali, insegnante di tecniche corporee. Il Centro svolge la propria attività all'interno di due ambiti diversi, ma interagenti: la formazione e la consulenza.
Accoglienza e ascolto, i così come caratterizzano la consulenza, sono elementi distintivi della formazione svolta dal Centro. Una formazione che, accanto alla disponibilità di professionisti e alla divulgazione di contenuti teorici, si pone sempre l'obiettivo di realizzare un coinvolgimento attivo dei partecipanti, offrendo loro l'occasione di scambio e confronto reciproco. Il Centro propone percorsi di formazione per fidanzati e sposi, per genitori e futuri genitori, per ragazzi e per insegnanti.
I percorsi di consulenza, individuali, di coppia e familiari, sono rivolti all'adulto, all'adolescente e al bambino. La consulenza prende avvio da un primo contatto col Centro, che può avvenire telefonicamente o presentandosi di persona, a cui segue l'assegnazione di una cartella, di un corrispondente numero di riferimento, a tutela della privacy e della riservatezza, e un appuntamento per un primo colloquio con uno psicologo. In concomitanza con la richiesta di appuntamento non vengono richieste altre informazioni, se non il nome di battesimo e un recapito telefonico, a meno che non si ritenga opportuno un breve colloquio con uno psicologo, al fine di valutare l'urgenza della situazione ed eventualmente fissare il primo colloquio nell'arco della settimana in spazi opportunamente riservati alle urgenze.
La prassi del Centro prevede che, al fine di accogliere le persone e comprendere al meglio le loro richieste, motivazioni e aspettative, sia riservato un vero e proprio colloquio all'ascolto di una storia e all'analisi della domanda, così da poter offrire agli utenti tutto il tempo che questo richiede.
La discussione in équipe
Al primo colloquio segue la discussione in équipe, durante la quale lo psicologo che ha condotto il primo colloquio riporta ai colleghi la storia, la motivazione che ha portato a rivolgersi al Centro, le richieste esplicite e implicite, le impressioni, le emozioni provate nel corso dell'incontro e le ipotesi che ne sono scaturite.
Il confronto in équipe permette di ampliare ulteriormente quell'accoglienza e quell'ascolto, che sono elementi caratterizzanti e prioritari nell'agire del Centro, arricchisce le riflessioni, favorisce l'emergere di punti di vista nuovi e alternativi, restituendo a ogni storia la complessità che la contraddistingue.
Entrare nelle storie, infatti, è complesso. Spesso è necessaria una condivisione di carichi emotivi che si fanno sentire, e sempre utile è un confronto con chi ascolta la storia, la legge da fuori e può portare, grazie anche a formazioni e approcci diversi, nuovi stimoli. I momenti di supervisione si rivolgono anche al vissuto e alle emozioni provate dal consulente negli incontri, egli entra nelle storie delle persone, delle coppie, delle famiglie e finisce in certo modo per fame parte.
Il percorso terapeutico, infatti, dà origine a un nuovo sistema che, oltre alla persona, alla coppia, alla famiglia, comprende anche il terapeuta. Mentre con la cibernetica di primo ordine si riteneva di poter parlare di un sistema osservato e di un terapeuta che ne rimane esterno, con la rivoluzione epistemologica della cibernetica di secondo ordine (von Foerster, 1987) si fa strada l'idea che si tratti, invece, di un sistema osservante, di cui il terapeuta è parte integrante. Con la semplice azione di osservare il sistema, il terapeuta modifica il sistema stesso e determina la nascita di un sistema nuovo, a cui lui stesso appartiene, con i suoi vissuti, le sue emozioni e i suoi pregiudizi.
La complessa storia di Maria
La storia di Maria è complessa e articolata, coinvolge più nuclei familiari, è stata raccontata da più voci e ha richiesto più orecchie per ascoltarla.
La prima a rivolgersi al Centro di Consulenza per la Famiglia è proprio Maria, che in un pomeriggio di inizio giugno viene accolta in un primo colloquio individuale. Maria è una donna di circa settant'anni, anche se di aspetto appare discretamente più giovane, ha modalità molto decise, che, quasi, sforano nell'aggressività. Arriva portando un carico pesante e inonda il colloquio di parole e preoccupazioni. Le preoccupazioni riguardano Emma, una bambina con cui ha un forte legame affettivo: è la sua unica nipotina, ha sette anni ed è figlia di Carlo (unico figlio di Maria e del marito Luigi), e Sara, moglie di Carlo da nove anni.
I problemi erano cominciati circa sei mesi prima, ma gli attriti tra Maria e la famiglia del figlio, in realtà, hanno radici più lontane. Maria, nel suo racconto, risale alla nascita della piccola Emma e alla decisione presa dai genitori di iscrivere la bambina all'asilo nido, anziché affidarla alle cure della nonna. Maria, che ha garantito al figlio l'opportunità di trascorrere in famiglia la primissima infanzia, si era fortemente opposta a questa scelta, ma le sue obiezioni non sono state ascoltate. È qui che inizia a incrinarsi la fiducia nelle capacità genitoriali di Carlo e Sara.
Carlo è sempre stato un discolo fin da bambino e le ha dato tantissimi problemi nell' età adolescenziale. Sara, noncurante di quanto Carlo si mostri inaffidabile, gli ha più volte lasciato in custodia la bambina per andare in vacanza con le amiche. Oltre tutto anche il giorno in cui era stato fissato il termine della gravidanza, Sara era uscita con le amiche, senza preoccuparsi del clima rigido, ed era solita, nei primi mesi di vita di Emma, portarla a passeggio durante l'inverno, senza vestirla adeguatamente. Sono tanti gli episodi che Maria racconta: dalle sue parole traspare una grande preoccupazione per la nipote, preoccupazione diventata sempre più forte, fino ad assumere toni ansiosi.
Maria ha colto diversi segnali di malessere della piccola: rifiuto del cibo, alimentazione selettiva e peso scarso, sonno vigile e disturbato, tendenza a disegnare mostri privilegiando il colore nero, giochi frettolosi e aggressivi, calo delle prestazioni scolastiche, difficoltà nei compiti, disorganizzazione e disordine. Le preoccupazioni di Maria si sono sommate a timori più datati, che hanno sede nel passato di Sara. La signora sa che la nuora ha sofferto di disturbi alimentari che non sono mai stati curati, in quanto, dopo alcuni incontri con uno psicologo, i consuoceri se ne sono disinteressati e hanno smesso di preoccuparsi della sua salute.
La forte ansia vissuta da Maria la porta ad affrontare Carlo e Sara e a domandare con insistenza al figlio di rivolgersi insieme a lei a qualcuno per farsi aiutare per il bene della bambina. E' dal giorno di quell'incontro/scontro che Maria non vede la nipote. Maria porta al Centro tutta la sofferenza che questa situazione racchiude in sé e la richiesta di poter avere un colloquio insieme lei e Carlo.
Ogni qualvolta un elemento nuovo viene a contatto con un sistema, questo determina una perturbazione del sistema stesso, che, pur non potendo prevedere in quale direzione avverrà il cambiamento (Malagoli Togliatti, Telfener, 1991), muterà totalmente in modo autoriflessivo (Keeney, 1985). I sistemi, infatti, sono caratterizzati da totalità e retroazione.
La totalità è propria dei sistemi per cui un cambiamento di un elemento A del sistema provoca un cambiamento anche in tutti gli altri elementi. La retroazione è quella proprietà per cui il cambiamento degli altri membri del sistema provoca, in modo retroattivo, un cambiamento di A stesso. Così l'agito di Maria porta Carlo e Sara alla decisione di non farle più vedere Emma. Questo cambiamento ha un effetto su Maria, che sente il bisogno di rivolgersi al Centro di Consulenza per la Famiglia, e, in modo retroattivo, anche su Carlo e Sara, che fanno altrettanto. Le perturbazioni del sistema ne modificano quindi l'equilibrio e lo trasformano in un sistema che chiede aiuto.
Anche Carlo e Sara fanno richiesta di un incontro e vengono ricevuti da un consulente del Centro in un primo colloquio, che si rivela ricco di emozioni e vissuti profondi.
Sara, tra le lacrime, porta la sua sofferenza. Riconosce il forte legame tra Emma e Maria e sente il sospeso nei confronti della piccola, che da mesi non vede la nonna. Il pianto che si scatena nel parlare di Maria rivela come, a dispetto di una descrizione di rapporto conflittuale e distaccato, il legame con lei si sia tinto di vissuti emotivi e sia diventato profondo e significativo. Carlo è preoccupato per la madre, che tanto ha ingigantito la situazione. Si chiede come aiutare Maria, che vede preda di ossessioni e angosce.
Entrambi sentono il bisogno di riflettere su tempi e modalità per far nuovamente incontrare Emma e la nonna.
Una nuova cornice
La storia di Maria, coinvolge diverse persone e diversi (nucleo familiare di Maria e Luigi, nucleo familiare di Carlo, Sara ed Emma, la famiglia di origine di Sara). Il terapeuta rivolge il proprio ascolto alle singole persone, ma, per poter agire come fattore di cambiamento, l'intervento deve considerare anche il sistema nel suo complesso, prendendo in considerazione i comportamenti dei singoli e le relazioni fra le parti, in uno spostamento del focus dal cosa e dal contenuto, al come e al processo, dall'individuo al sistema (Malagoli Togliatti, Telfener,1991).
Un allargamento del contesto consente di avere un orizzonte più ampio e di rivolgere lo sguardo anche a chi rischierebbe, altrimenti, di non essere preso in considerazione. In occasione, infatti, di un incontro di supervisione, seguito ai due primi colloqui, viene stabilito di convocare all'incontro successivo tutta la famiglia, rivolgendo un esplicito invito anche a Luigi, che fino a quel momento, in un gioco di causalità circolare, in cui ogni elemento è contemporaneamente stimolo e risposta, si era tenuto ai margini ed era stato messo in ombra.
L'allargamento del contesto, anche al livello trigenerazionale, permette, inoltre, la nascita di nuove ipotesi, che possono poi guidare l'agire terapeutico. Colpiscono certamente i confini in questo sistema familiare, in cui le demarcazioni tra le generazioni sembrano essere confuse e sfumate, in un tutt'uno in cui Luigi è relegato in un ruolo di assente e Carlo sembra essere fortemente chiamato a fare coppia con la madre, ancora in una dinamica di causalità circolare, in cui da un lato subisce l'interesse prioritario di Maria, dall'altro, preso dalle preoccupazioni per lei, non riesce a svincolarsi.
Difficile in un tale contesto il ruolo di Sara, che sembra essere, a risarcimento di un 'infanzia vissuta come bambina trascurata, alla ricerca di un sostituto materno, in un legame che coinvolge emotivamente al punto da portare una nuora a piangere per la suocera. Un primo intervento terapeutico è rappresentato dalla convocazione agli incontri successivi, convocazione che diventa costruttore di senso e significato e che permette di rimandare alla famiglia un chiaro messaggio rispetto a chi fa parte del sistema e a quali sono i sottosistemi che lo compongono. La convocazione dei due nuclei permette agli operatori del Centro di costruire una cornice terapeutica entro cui prendersi cura della famiglia e delle singole persone. Viene identificato un referente della complessità della famiglia, che, a seguito del confronto di équipe, può incontrare l'intera famiglia e rendere noto a tutti quanto già fatto e, soprattutto, come proseguire.
La convocazione di tutta famiglia permette di ribadire che i nuclei sono due, connotare positivamente (Selvini Palazzoli et al, 1975) i contributi di ognuno e definire in una cornice allargata l'intenzione di offrire percorsi separati ai due nuclei, per poi ritrovarsi periodicamente tutti insieme. Una nuova cornice rappresenta il punto di partenza per co-costruire, insieme a Maria, Luigi, Carlo, Sara ed Emma, veri esperti di loro stessi e della loro storia, una narrazione nuova, capace di diminuire il carico di sofferenza e preoccupazione.
Marcella Ascari (psicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionale presso il Centro di Consulenza per la Famiglia)- Famiglia Oggi anno 2011, n. 5, pg. 64
B I B L I O G R A F I A
- Bateson G., Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984;
- Cecchin G., "Revisione dei concetti di ipotizzazione, circolarità, neutralità: un invito alla curiosità".
- Ecologia della Mente, n. 5, pp. 29-41, 1988.
- Foerster von H., Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987.
- Keeney B.P., L'estetica del cambiamento, Astrolabio, Roma, 1985.
- Malagoli Togliatti M., Telfener V., Dall'individuo al sistema, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
- Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G., Paradosso e controparadosso, Feltrinelli, Milano, 1975.
- Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G., "Ipotizzazione, circolarità, neutralità" in Terapia Familiare, n. 7, pp. 7-19,1980.
- Sluzki C.E., "Punti di attrazione inconsueti e trasformazioni narrative in terapia familiare" in Terapia Familiare, n. 61, pp. 25-47,1999.
- Watzlawick P., Beavin J.H. e Jackson D., Pragmatica della comunicazione, Astrolabio-Ubadini, Roma. 971.
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L'amicizia in età prescolare
L'interesse per i coetanei emerge molto presto nei bambini ed è destinato a evolvere gradualmente. Per questo, diversi studiosi ritengono che l'amicizia in età prescolare costituisca un aspetto importante per lo sviluppo. Sulla stessa linea, l'originale ricerca qui presentata ha cercato di indagare le modalità con le quali i bambini si rappresentano gli amici e i non amici.
Sin dai primi mesi di vita, i bambini mostrano di essere attratti dai loro coetanei. Tale interesse appare destinato a evolversi, secondo il procedere delle tappe evolutive, nella volontà di stabilire un contatto e, successivamente, in quella di raggiungere un coordinamento reciproco, che permetta ai piccoli di cooperare e realizzare attività congiunte (Schaffer, 1996). Osservando un gruppo di bambini di dodici mesi, infatti, si può già riscontrare la presenza di sequenze di scambi cooperativi e conflittuali tendenzialmente identiche a quelle rinvenibili nelle interazioni tra bambini più grandi, anche se permane ancora il carattere dell'unidirezionalità; ovvero, all'azione di un bambino non corrisponde necessariamente un'azione coordinata da parte del secondo (Baumgartner e Bombi, 2005) .
Tali forme di interazione tendono a divenire più complesse a partire dal secondo anno di vita. Alcuni studi, infatti, hanno evidenziato come i bambini trascorrano più tempo impegnati nel gioco sociale rispetto al gioco solitario e diventino capaci di differenziare il comportamento per adattarlo alle caratteristiche del compagno di gioco (Shaffer, 1996). Lo sviluppo delle capacità linguistiche, inoltre, permette ai piccoli di comunicare significati e di condividere conoscenze e abilità necessarie a costruire relazioni più intime e complesse in cui i partner dell'interazione sono in grado di comunicare l'un l'altro desideri, aspettative ed emozioni.
Il ruolo dei pari nello sviluppo
Nel corso della crescita, quindi, la relazione tra pari diventa sempre più costruttiva, sincronica e coordinata grazie alle sempre più frequenti occasioni di contatto tra coetanei e alla capacità del bambino di interagire con l'altro valutandone il punto di vista (Elia e Cassibba, 2009). Durante l'età prescolare, inoltre, si amplifica la capacità del bambino di "leggere" gli stati emotivi, le motivazioni e le intenzioni dell'altro; il bambino può, così, adattare meglio le interazioni alle caratteristiche del compagno ed essere maggiormente in grado di intraprendere azioni per l'esecuzione di un compito comune o per la realizzazione di un obiettivo. Allo stesso tempo, i bambini diventano più selettivi nella scelta dei compagni, che vengono adesso preferiti in funzione della comunanza di interessi e di attività (Schaffer, 1996). La scuola dell'infanzia, dunque, costituisce un contesto privilegiato per lo sviluppo sociale del bambino, in quanto per i piccoli aumentano le possibilità di interazione con i coetanei, aumenta la capacità di comunicare informazioni e significati e quella di collaborare e condividere le abilità (LoCoco, 2008). c
A tal proposito, esiste una ricca letteratura che l'attesta come i pari possano svolgere un ruolo di protezione (o di rischio) per lo sviluppo del bambino. Gli studiosi sono concordi nel differenziare tre forme di coinvolgimento del bambino nella relazione con i coetanei (Wentzel e Loooney, 2007):
- il grado di accettazione o di rifiuto all'interno del grande gruppo;
- l'integrazione in un gruppo di pari;
- la costruzione di relazioni diàdiche intime come quelle amicali.
Ognuna di queste forme rappresenta un importante obiettivo evolutivo da raggiungere nel corso della prima infanzia. Per esempio, i bambini più accettati dai pari tendono a essere maggiormente cooperativi, socievoli, assertivi; al contrario, coloro che sono rifiutati appaiono meno socievoli, meno collaborativi, più aggressivi e solitari rispetto agli altri (Rubin, Wojslawowicz e Oh, 2008). Coloro che costruiscono relazioni amicali sembrano essere maggiormente socievoli, cooperativi, prosociali ed emotivamente supportivi rispetto ai bambini senza amici (Wentzel, Barry e Caldwell, 2004).
L'aver stabilito relazioni amicali, inoltre, permette al piccolo di poter contare sui pari anche come fonte di supporto emotivo nelle situazioni di difficoltà. Sulla base di tali esperienze positive, quindi, il bambino potrà ottenere importanti informazioni circa se stesso, l'autoefficacia sociale, e il possesso o meno delle abilità sociali e delle competenze relazionali più utili nell'interazione con i coetanei (Bandura, 986). Secondo alcuni autori, l'amicizia può definirsi una buona palestra per apprendere a costruire relazioni significative diverse da quelle esperite con gli adulti di riferimento, poiché entrambi i partner dell'interazione devono imparare a regolare il proprio comportamento, le proprie emozioni al fine di mantenere e accrescere l'intensità del legame (Dunn, 2004). Alla luce di quanto espresso finora, appare chiaro come l'età prescolare rappresenti una tappa importante per il piccolo che, pian piano, impara a scegliere gli amici non più solo sulla base dell'affinità nella scelta dei giochi o sulla semplice possibilità di poter interagire con loro quotidianamente, quanto piuttosto sulla base dell'intimità e dell'affetto sperimentato (Howes, 2009).
Obiettivo dello studio che si propone qui di seguito, dunque, è quello di indagare la natura delle relazioni amicali tra bambini di età prescolare. In modo particolare, ci si è proposti di investigare quali rappresentazioni i bambini abbiano dei loro amici, e se il linguaggio utilizzato per descrivere l'amico sia qualitativamente differente da quello utilizzato per descrivere il compagno meno gradito.
Metodo e strumenti
Il campione che ha preso parte alla ricerca è composto da 35 bambini in età prescolare (18 maschi e 17 femmine) con un'età media di 69 mesi e 6 giorni (range: 58-75 mesi).
I bambini frequentano due classi di una scuola dell'infanzia di Bari. Il livello socio-economico del campione è medio-basso. Poiché in questo studio ci è avvalsi dell'utilizzo di un audioregistratore, a tutti i genitori è stata preventivamente richiesta l'autorizzazione a registrare le risposte dei bambini.
Il primo passo è stato quello di individuare per ogni bambino del campione l'amico/a e il compagno meno gradito. A tal scopo, sono state presentate al piccolo le foto dei suoi compagni di classe (di solito nell'aula sono presenti le foto che ritraggono tutti i bambini) chiedendogli di indicare il compagno più gradito e quello meno gradito. La strategia di utilizzare il supporto delle fotografie scaturisce dal fatto che ci si voleva assicurare che il bambino, prima di effettuare una scelta, vagliasse tutti i suoi compagni, anche coloro che, nel giorno in cui è stata effettuata la rilevazione, erano assenti.
Il passo successivo è stato quello di somministrare a ciascun bambino un 'intervista semistrutturata (Baumgartner, Bombi e Pistorio, 2002) finalizzata a cogliere come il piccolo comprende le relazioni interpersonali. I bambini, singolarmente, sono stati condotti in un 'altra aula dove è stata somministrata loro l'intervista. Tenendo conto delle scelte effettuate in precedenza è stato chiesto ai bambini di parlare dell'amico e del non-amico: «Parlami di te e X. Mi dici che tipi siete voi due? (come siete fatti, anche di carattere). Hai ancora voglia di raccontare? Parlami di ciò che vuoi». Ogni intervista, audio registrata, è stata successivamente trascritta integralmente; ogni frase o clausola dell'intervista (costituita da un soggetto e un predicato) è stata codificata utilizzando le seguenti categorie:
- riferimenti ad azioni interpersonali (comportamenti sociali, positivi o negativi; per esempio: «Silvia mi presta i suoi colori», oppure «Michele ha strappato il mio disegno»);
- riferimenti ad azioni condivise (presenza o assenza di azioni concrete svolte in comune; per esempio: «Io e Loredana giochiamo con la casa delle bambole assieme», oppure «Io e Stefano non ci sediamo mai vicini»);
- riferimenti alla relazione (riferimenti espliciti alle relazioni di amicizia o inimicizia; per esempio: «Io e Paolo siamo proprio amici», oppure «Io e Giovanni ci odiamo») ;
- riferimenti a stati psicologici (comprendono le attribuzioni di stati interni, positivi o negativi, quali desideri, emozioni o affetti, cognizioni, giudizi, percezioni; per esempio: «Emma è una bambina sincera», oppure «Veronica è cattiva») ;
- commenti (espressioni del tipo: «Non so», oppure «Non ricordo»).
Gli indici utilizzati in questo studio per verificare come i bambini si rappresentino l'amico e il non-amico sono stati due: in primo luogo la frequenza di attribuzioni positive (che è stata ottenuta sommando la frequenza riscontrata per ciascuna categoria con valore positivo, diviso il numero totale di clausole utilizzate; tale indice riflette quanto un bambino abbia utilizzato un lessico positivo per connotare la relazione descritta) e, in secondo luogo, la frequenza di attribuzioni negative (che è stata ottenuta sommando la frequenza di ciascuna categoria con valore negativo, diviso il numero totale di clausole utilizzate; tale indice riflette quanto un bambino abbia utilizzato un lessico negativo per connotare la relazione).
Risultati e conclusioni
Dall'analisi dei dati è emerso che non vi sono differenze significative, da un punto di vista statistico, tra le risposte fornite dai maschi e quelle fornite dalle femmine. Esclusa, quindi, una possibile influenza della variabile genere, i dati sono stati ulteriormente elaborati allo scopo di verificare se i bambini, già in età prescolare possiedano una rappresentazione articolata delle relazioni costruite con i pari e se, nello specifico, riescano a differenziare qualitativamente la relazione con l'amico e il non-amico.
I risultati ottenuti (attraverso un modello statistico chiamato t-test per campioni appaiati) evidenziano come, in maniera significativa, i bambini del campione abbiamo utilizzato un linguaggio più positivo per descrivere la relazione con l'amico; nel caso del compagno meno gradito, invece, i bambini hanno fatto maggiormente ricorso a frasi connotate negativamente, come emerge dalle figure 1 e 2.
 
Come si può notare da queste ultime, dunque, i bambini coinvolti nel presente lavoro hanno dimostrato di possedere una chiara rappresentazione delle caratteristiche che differenziano un amico da chi, invece, è poco gradito; infatti essi riservano al primo caratteristiche più positive, mentre attribuiscono al non-amico emozioni, stati psicologici e azioni connotate negativamente, in linea con quanto ottenuto da altri studi italiani condotti sul tema (Baumgartner, Bombi e Pistorio, 2002; Elia, 2008).
Tali risultati possono essere utili per comprendere meglio come il bambino utilizza le informazioni che gli provengono dall'ambiente circostante e in particolare dalle interazioni in cui è quotidianamente coinvolto. Le relazioni tra pari, infatti, costituiscono un contesto privilegiato, allo stesso modo di quello familiare, per aiutare i piccoli a costruirsi delle rappresentazioni articolate e raffinate dei partner sociali. Il bambino, infatti, forma e aggiorna quotidianamente la sua valutazione dei compagni riconoscendo quelle caratteristiche che reputa importanti e positive per poter stabilire una relazione con un partner, e allo stesso modo, diviene in grado di definire meglio ciò che non gli è gradito; in tal senso, si può affermare che la conoscenza del sé procede di pari passo con quella dell'altro.
Tali processi, osservabili dunque, già in età prescolare, favoriscono la costruzione di relazioni amicali molto più intime e simili, per qualità e intensità, a quelle che si stabiliscono tra persone adulte. Attraverso il linguaggio utilizzato dal piccolo per descrivere le sue relazioni con gli altri è possibile, per l'adulto, conoscere più approfonditamente il mondo interno del bambino. L'insegnante, quindi, piuttosto che basarsi solo sull'osservazione delle dinamiche relazionali che intercorrono tra i bambini della classe, potrebbe, con l'ausilio di interviste simili, arricchire la conoscenza dei piccoli in modo da orientare la sua azione educativa nel promuovere la costruzione di relazioni amicali qualitativamente più soddisfacenti per loro.
Non tutti i bambini, infatti, sviluppano contemporaneamente tali abilità mentali, per cui potrebbe rivelarsi assai utile aiutarli a soffermarsi sul significato dell'azione e del comportamento dell'altro e a verbalizzarlo. In tal modo si potrebbe garantire un supporto adeguato al processo di costruzione delle rappresentazioni delle relazioni significative in cui i bambini sono coinvolti.
Lucia Elia (psicologa, assegnista di ricerca presso il Dip. Psicologia dell'Univ. Studi - Bari "A. Moro")
Famiglia Oggi, 2010, n. 3, pag 64-68
BIBLIOGRAFIA
- Bandura A., "Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change", Psychological Review, n. 84, pp. 191-215,1977.
- Baumgartner E., Bombi A.S., Pistorio B., "Il lessico psicologico nelle relazioni tra bambini", Età evolutiva, n. 73, pp. 48-54, 2002.
- Baumgartner E., Bombi A.S., Bambini insieme. Intrecci e nodi delle relazioni tra pari in età prescolare, Editori Laterza, Roma, 2005.
- Elia L., Cassibba R., Valutare le competenze sociali. Strumenti e tecniche per l'età prescolare, Carocci, Roma, 2009.
- Dunn J., Children's Friendships: The beginning of intimacy, Blackwell, London, 2004, (Tr. It., L'amicizia tra bambini: la nascita dell'intimità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006).
- Elia L., "Lessico mentale e competenza sociale in età prescolare", Psicologia Clinica dello Sviluppo, n. 3, pp. 613-620, 2008.
- Howes C., "Friendship in Early Childhood", in Rubin KH., Bukowski W., Laursen B. (a cura di), The Handbook of Peer Interactions, Relationships, and Group, Guilford, New York,2009.
- Lo Coco A., "Correlati e conseguenze dell'isolamento sociale", in Lo Coco A., Rubin KH., Zappulla C., (a cura di), L'isolamento sociale durante l'infanzia, Edizioni Unicopli, Milano, 2008.
- Rubin KH., Wojslawowicz Oh W., "Le relazioni tra pari e le amicizie dei bambini socialmente ritirati", in Lo Coco A., Rubin KH., Zappulla C., (a cura di), L'isolamento sociale durante l'infanzia, Edizioni Unicopli, Milano, 2008.
- Schaffer H.R., Lo sviluppo sociale del bambino, Cortina Raffaello, Milano, 1998).
- Wentzel KR., Barry C., Caldwell K, "Friendship in middle school: Influences on motivation and school adjustment", Journal of Educational Psychology, n. 96, pp. 195-203, 2004.
- Wentzel KR, Looney L., "Socialization in school settings", in Grusec J.E., Hastings P.D., (a cura di), Handbook of socialization: Theory and research, The Guilford Press, New York,2007,
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Quale fedeltà oggi?
Oggi quando si parla di fedeltà nel matrimonio si intende quasi esclusivamente il «non tradirsi», in modo particolare il «non tradirsi fisicamente». Questo è un aspetto ovviamente importante che riguarda da vicino la stabilità di una coppia, ma «essere fedeli» non è solo questo. Ci sono coppie in cui non c'è mai stato un tradimento, ma in cui non c'è stata neanche fedeltà.
Parroco romano, a diretto contatto con tante coppie e famiglie, don Ricciardi risponde ad alcune domande sulla vita matrimoniale in cui a volte basta poco per sentirsi lontani, senza una vera comunione pur vivendo sotto lo stesso tetto.
Oggi quando si parla di fedeltà nel matrimonio si intende quasi esclusivamente il «non tradirsi», in modo particolare il «non tradirsi fisicamente». Questo è un aspetto ovviamente importante che riguarda da vicino la stabilità di una coppia, ma «essere fedeli» non è solo questo. Ci sono coppie in cui non c'è mai stato un tradimento, ma in cui non c'è stata neanche fedeltà.
Tante volte si va avanti nella vita matrimoniale senza una vera comunione, per cui, anche se si vive sotto lo stesso tetto, basta poco per sentirsi distanti. Al bene dell'altro si fa precedere il "mio" bene, il "mio" lavoro, la "mia" carriera, i "miei" figli ... Cos'è dunque la fedeltà? È essa ancora un valore da perseguire, da difendere? Quale ne è il prezzo? Risponde ad alcune domande don Paolo Ricciardi,parroco romano a diretto contatto con tante coppie e famiglie e autore. della recente pubblicazione Sposi per sempre. Riscoprire il matrimonio cristiano. (Paoline 2010).
Oggi, in un contesto sociale che alimenta le scelte non definitive, come è da intendere all'inizio di una vita di coppia la promessa di fedeltà che,in qualche modo,dovrebbe racchiudere il «per sempre» ?
«Nella mia esperienza vedo che le coppie non sono abituate a parlare veramente di fedeltà. Inizialmente c'è un problema di significato:per la maggior parte il termine "fedeltà" equivale a "non tradirsi" e quindi la promessa che si fa nel matrimonio vuole essere un impegno a non avere nessun altro al di là del proprio coniuge. In realtà "fedeltà" non è questo, o almeno non solo. "Essere fedeli sempre" significa entrare in un dono e in un impegno più grande di noi per cui l'uno dice all'altro: "D'ora in poi la mia vita ha senso perché la dono a te"».
Quali sono i caratteri distintivi della fedeltà tra due sposi?
«Il primo carattere della fedeltà tra sposi è la consapevolezza di pensare la vita in due. Tutto ciò che io compio non è qualcosa di isolato, di individuale: devo rinunciare a me stesso per far nascere la coppia. Occorre quindi pensare che il cammino si fa sempre insieme. A volte molti sposi dopo un po' di tempo rimangono delusi perché non si sono realizzate le "aspettative" dell'altro/a ... Non bisogna aspettarsi qualcosa dall'altro: difficilmente "si cambia con il matrimonio" ... anzi, a volte con il tempo si peggiora ... Bisogno invece progettare insieme la "vita di ogni giorno. Fondamentale,per questo è un dialogo, costante su tutto,una comunicazione profonda «Non. è un caso che tante coppie si separino per mancanza di dialogo,perché non si ha più niente da dire,oppure perché tante cose non si vogliono affrontare per mantenere il "quieto vivere"...e alla fine si "scoppia". Dialogo,dunque,ma anche umiltà,rispetto dei tempi dell'altro,tenerezza. Non è più tempo di "tacere e subire"(non solo per la donna,ma oggi a volte anche per l'uomo).E poi,pur rispettando le diversità,abituarsi da subito a dire"nostro". Vedo in tante coppie l'abitudine a distinguere il "mio" tempo,la "mia" vacanza,il "mio" denaro,la "mia" macchina,i "miei"figli...ma si fa difficoltà a dire "nostro"»
I giorni sono spesso faticosi, la vita concreta toglie entusiasmo, logora le energie ... Dove e da chi può una coppia trovare la forza per essere?
«Oggi non sono tempi facili per le famiglie, Ci si sposa tardi e questo comporta una difficoltà a plasmare la personalità dell'uno e dell'altro. La vita è piena di cose da fare e spesso ci si accorge di sopravvivere invece che di vivere. Anche il poco tempo vissuto insieme in casa rischia di essere un tempo vuoto, dove scaricarsi l'un l'altro le proprie stanchezze. Occorre sfidare questa realtà e ritrovare spazi e luoghi di incontro. Per gli sposi cristiani significa "dare a Dio ciò che è di Dio". Significa trovare il tempo di pregare, di ascoltare insieme la Parola. Non occorre inizialmente fare chissà che cosa, ma iniziare da gesti semplici: la preghiera prima dei pasti; un piccolo segno di croce fatto sulla fronte dell'altro/a e sui figli prima di andare a dormire; spegnere televisione e computer per favorire il dialogo. A volte ho visto che basta iniziare con poco, ma occorre iniziare. La prima tentazione da vincere è il pensiero: "Tanto non ce la faremo mai". E poi bisogna riscoprire un elemento essenziale della nostra fede: la Provvidenza».
Non le sembra che parlando di fedeltà, prima di preoccuparsi di essere «fedeli a un altro/a» bisognerebbe riscoprire la consapevolezza che, in primo luogo, si tratta di una scelta di coerenza di ogni persona con se stessa?
«Sì, ma ancor prima bisogna partire dalla fedeltà di Dio. E lui il "fedele" per eccellenza. Quindi ogni scelta di vita, ogni atto di amore, si apre alla fedeltà se si vive in Dio. Mi colpisce sempre il fatto che nella formula del consenso matrimoniale non si dica "Prometto di amarti sempre e di esserti fedele" ma: "Prometto di esserti fedele sempre ... e di amarti". La fedeltà è segno dell'amore (agape) che caratterizza l'agire di Dio con noi: un amore "da morire", perché l'amore non muoia; un amore che ha portato Gesù a dare la vita sulla croce. Essere fedeli significa quindi per ogni cristiano riscoprire il proprio battesimo come un essere inseriti in Cristo che muore e dà la vita. Per questo il rito del matrimonio inizia con la memoria del battesimo: solo se ci si immerge nella fedeltà di Dio si scopre che la vera gioia è nel donarsi all'altro sempre, con lo stesso atto sponsale che Dio ha avuto nei nostri confronti. E allo stesso modo ogni persona, in ogni stato di vita, può vivere nella fedeltà quando "respira" la presenza di Dio in ogni istante.
Cosa deve fare una coppia quando sperimenta la ferita di un tradimento o anche solo l'incapacità di un dialogo costante e fa fatica ad aprirsi alla dimensione del perdono? A chi può chiedere aiuto?
«Sarebbe bello avere una soluzione a questa domanda ... La risposta dovrebbe essere semplice: non andare ... dall'avvocato. Non ci si è sposati davanti a un avvocato, ma davanti a un sacerdote, ministro di Dio. Sicuramente la comunità cristiana può essere un grande aiuto per gli sposi in difficoltà. Purtroppo a volte non ci sono comunità tali da garantire una vera vicinanza alle giovani famiglie di oggi. Credo che noi sacerdoti e noi cristiani in genere dobbiamo ancora crescere per farci realmente e concretamente vicini alle esigenze e ai problemi delle famiglie. I percorsi prematrimoniali dovrebbero essere, prima ancora di una preparazione al matrimonio, un segno di accoglienza e di amicizia per tante persone che si riaccostano alla Chiesa dopo tanto tempo. Se la coppia avrà sperimentato amicizia,disponibilità,ascolto,saprà anche ritrovare nella parrocchia un punto di riferimento costante. Così anche l'occasione dei battesimi dei bambini dovrebbe essere maggiormente sfruttata per dare alle giovani famiglie un aiuto importante per il loro cammino».
Le coppie che in genere sono aperte agli altri, all'accoglienza di persone più deboli e fragili, che non hanno timore del confronto con altre famiglie, altre realtà, sono normalmente anche le coppie più serene. Dalla sua esperienza di parroco c'è una conferma a questo?
«Le coppie che vivono una dimensione di cammino comunitario, in gruppi, associazioni o movimenti, non sono esenti dai problemi di tutte le famiglie; ma a me sembra che i problemi si affrontano con una maggiore serenità, con uno sguardo di fede e con uno spirito di umiltà, certi che si può essere aiutati dagli altri. Vedo anche che il servizio aiuta molto. La coppia che apre con generosità la casa, che collabora con le attività parrocchiali (magari nella catechesi prebattesimale e prematrimoniale) è molto aiutata e rinnovata giorno per giorno la dimensione della fedeltà a Dio e all'uomo.
«Un aiuto grande è abituare le famiglie a una cultura della vita l'apertura all'adozione,all'affido familiare,alla collaborazione con le case famiglia è un segno che caratterizza la vocazione la vocazione stessa degli sposi,chiamati non solo a una fecondità fisica,ma anche a una fecondità aperta alle varie forme di povertà di oggi. Anche la Chiesa deve essere più aperta. Qualche hanno fa nella diocesi di Roma è stato coniato uno slogan:"La Chiesa diventi più famiglia,perché la famiglia diventi più Chiesa"E' detto tutto. Condividere un percorso con giovani famiglie è una via fondamentale per le parrocchie. Non è facile,ci vuole un po' di pazienza ... A volte, anche in questo campo noi parroci ci lasciamo scoraggiare dai numeri ma credo che l'amicizia costante e fedele della Chiesa nei confronti della famiglia porterà buoni frutti nei prossimi anni».
Paola Fosson - Vita Pastorale n. 10/2010
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La conversione degli sguardi. Un cammino verso la condivisione
La crisi non ha solo il marchio della negatività ma ci offre la possibilità di guardare all’amore come a qualcosa che si impara e si costruisce e non come a qualcosa di già dato.
di Luca Tosoni
Parlare del nostro vissuto di coniugi è affascinante, ma difficoltoso. Ci troviamo di fronte a relazioni che portano alle più grandi gioie e a far esperienza della vetta: estasi, contemplazione, desiderio di intimità e comunione profonda. Tocchiamo con mano la profondità e la bellezza di un sentimento forte ed entusiasmante, ma nello stesso tempo dobbiamo fare i conti con le piccole o grandi delusioni e le sofferenze del fluire quotidiano. In alcuni momenti è più facile contrapporsi (o io o tu, o la mia personalità o la tua), che sentirsi parte di un progetto comune (e io e tu, io e te insieme...). Questi momenti si presentano come momenti carichi di rischio, ma possono divenire "risorsa" quando fanno spazio alla riflessione, alla revisione, al ripensamento della propria vita coniugale, quindi, ci si interroga sul passato e si ricerca una nuova strada per il futuro.
La crisi non ha solo il marchio della negatività ma ci offre la possibilità di guardare all'amore come a qualcosa che si impara e si costruisce e non come a qualcosa di già dato. E' la rottura di un vecchio equilibrio, mentre ancora non ce n'è uno nuovo. Possiamo dire, in questo senso, che la vita coniugale è costellata di mutamenti: prima si è in due, poi arriva un figlio, o più figli con le loro diversità, crescono e diventano adolescenti, si assiste ad una crescita personale e di coppia, si vive la tappa della vecchiaia ecc. Ogni momento costituisce un passaggio, un momento di cambiamento, che è necessario affrontare stando uniti, ma nello stesso tempo con flessibilità.
"Chi non è disposto a lasciarsi sorprendere non si iscriva a questa partita di caccia il cui trofeo è l'amore". Questa frase del biblista Schokel fotografa molto bene l'esperienza dell'amore. La meraviglia e lo stupore insieme al progetto comune sono parti integranti del nostro cammino di coniugi. Ci accorgiamo nel nostro vivere quotidiano che l'amore è percorso, deve essere sempre riaperto, non è possibile abbandonarlo a se stesso, ma soprattutto bisogna essere disposti a ricominciare e a non dar nulla per scontato.
Lo stupore allarga la visuale, dà la possibilità di guardare oltre il presente, di cogliere una realtà oltre il contingente e lo sperimentato.
Al di là dei nostri cammini particolari e delle nostre differenze nel vivere il matrimonio, sono profondamente convinto che ci sono dei valori che accomunano e fanno da fondamento ai nostri mille percorsi.
La prima fecondità su cui vorrei invitarvi a riflettere è quello del nostro essere coniugi, della nostra vocazione, del nostro essere collaboratori di un progetto che Dio ha pensato nel suo infinito amore.
Nel vissuto quotidiano la fecondità di una coppia ha coinciso soltanto con la procreazione, come se l'unica fecondità sia quella di mettere al mondo figli. Quando si incontra una coppia giovane, appena sposata, si chiede raramente "Come state?", "Come va la vostra vita di coppia?", ma si pone l'accento subito sul fatto procreativo: "Avete figli" e se la risposta è negativa scatta una catena interminabili di domande: "Perché non li avete?", "Non li volete o avete difficoltà?".
Per quanto importanti, i figli, non possono far perdere di vista quel valore fondante ed unico che è l'amore coniugale.
A questo proposito mi sembra di particolare valore la riflessione del Card. Martini che prima di lasciare la Diocesi di Milano ritorna sul tema dell'educazione con la lettera: "Per chi ama i suoi figli e il futuro della Chiesa". Dopo aver spiegato il motivo che lo porta a ritornare su questo tema, ci offre due pagine di profonda poesia e delicatezza sull'amore coniugale e sul vicendevole prendersi cura. Siamo invitati come coniugi a custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento per "celebrare l'amore". A volte il logorio della convivenza le piccole e grandi frizioni ci fanno dimenticare la benedizione del nostro volerci bene e del vivere insieme.
L'amore sponsale è la prima vocazione e il volto di due persone che si amano "rivela qualcosa del mistero di Dio". L'invito del Cardinale è quello di pregare insieme, di aver cura del proprio matrimonio, di trovare il tempo per parlare tra noi:" con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E invito a stare per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri...".
E' bello scoprire che nella vita di coppia abbiamo imparato a superare la paura, a vincere le reazioni magari troppo istintive e aggressive1, ad aver fiducia e poter contare su chi è a nostro fianco. E' esaltante sentirsi dentro un legame che funziona anche quando non è attivo e perciò finalizzato ad ottenere un traguardo immediato. Il figlio ha bisogno di sapere che ha una madre e un padre che gli vogliono bene e su cui può sempre contare. Punti di riferimento costanti, ormeggi importanti anche nei momenti più travagliati e poco felici.
Tra progetto di Dio e vissuto incarnato
Fatta questa premessa, vorrei iniziare questa mia riflessione, con una frase estratta dal libro del Siracide. Si dice:
"Tutte le cose sono doppie, l'una di fronte all'altra; Egli nulla fece di incompleto; l'una completa la bontà dell'altra; chi finirà di contemplare la sua gloria? (42,24-25)...Di fronte al male c'è il bene e davanti alla morte la vita, così davanti al pio c'è il peccatore. Guarda così a tutte le opere dell'Altissimo, due a due, l'una davanti all'altra " (33,14-15).
E' la "sapienza"del due. Il due è sì il simbolo di conflitto e di opposizione, ma anche di richiamo reciproco. Esso indica o un equilibrio realizzato o le latenti minacce. La più alta espressione di questa dualità, nel piano di Dio, è la creazione dell'uomo e della donna, nel loro riconoscersi reciproco, come dono l'uno per l'altro. La donna è un dono straordinario di Dio, non è il frutto di un operare umano o espressione di un qualcosa su cui l'uomo può accampare dei diritti. L'immagine mitica del sonno attesta che l'amore resta mistero, un segreto di cui Dio solo è l'origine e che Egli solo conosce ed è in grado di svelare. Dio dona la donna all'uomo, con immagini simili a quelle di una liturgia nuziale: Dio conduce la donna verso l'uomo, così come una sposa è condotta dal padre, allo sposo. E' in questo momento che l'uomo esplode in un vero e proprio grido di giubilo: "Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa" (Gn 2,23). L'uno di fronte all'altro, vicini ma distanti, uniti ma separati, divergenze convergenti.
A questa "sapienza" Dio affida un compito ben preciso:
"Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Gn 2,24). Questa frase non termina con "avranno tanti figli", come sarebbe stato logico in una società dove il figlio oltre che, ad essere un dono, era una risorsa. Invece, l'accento è posto sulla coppia, dalla cui unione dipende il cammino e la sua realizzazione.
Queste parole sono allo stesso tempo un comando, una profezia, e un progetto di vita. E' il Creatore che chiede all'uomo e alla donna la collaborazione per realizzare il suo progetto. Riflettere sui termini significa comprendere la dinamicità e la struttura portante dello specifico cammino di noi coniugi: "Lascerà...si unirà...saranno". C'è un abbandono, un separarsi dalla famiglia d'origine per promuovere una nuova unione e incamminarsi verso una comunione di vita e d'amore; c'è un passato da cui veniamo per vivere intensamente un presente ed aprirci insieme ad un futuro carico di speranza; siamo stati figli e forse lo siamo ancora, ma abbiamo scommesso su una nuova relazione, e abbiamo aperto il nostro amore mettendoci a servizio della vita.
Il cammino della coppia è appunto un cammino che deve sempre essere riaperto, non ha interruzioni, non finisce mai, dura tutta la vita, oltrepassa anche il giusto "abbandono" dei figli nel momento in cui scelgono di percorrere altre strade e di fondare una propria famiglia. Il pericolo sempre strisciante è di ritrovarsi soli, senza più nulla da darsi perché forse non si è coltivato abbastanza quell'amore. E' brutto, perciò, ascoltare frasi come "Ora che i nostri figli se ne sono andati cosa facciamo?". Il coniuge resta, c'è, non possiamo farlo sparire per tanto tempo e poi ritrovarci improvvisamente una presenza che è divenuta ingombrante e poco significativa.
Questo progetto si è fatto carne, si è incarnato, si è reso visibile nel volto dell'altro, il giorno del nostro matrimonio quando ci siamo detti:
"Io, prendo te come mio sposo/a e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita".
E' strana questa formula. Se poniamo attenzione ad essa non troviamo alcun riferimento né a Dio, né a Gesù. L'attenzione è posta sulle due persone che liberamente vanno verso l'altare.
Quel giorno ci siamo promessi di impegnarci in una relazione unica, insostituibile, senza equivalenti. Ci siamo impegnati ad accogliere tutto l'altro, non una parte. Non quando tutto va bene, quando i rapporti sono distesi e gioiosi. Abbiamo promesso di sposare gli alti e i bassi, i momenti di slancio e i momenti di pausa, gli invecchiamenti e i rinnovamenti dell'altro. Come ogni cammino questo viaggio richiede la fatica del procedere, del conoscersi e del crescere, del ricominciare e del rinnovarsi nel "sì" detto una volta, per ribadirlo con spirito sempre nuovo anche quando si vivono situazioni di prova o di sosta. Non ci promettiamo, dunque, di riuscire sempre, di essere sempre scattanti e desiderabili, ma di impegnarci perché l'amore cresca e riesca.
E' certo che vivere questo è difficile. A volte nella realtà gli scontri divengono inevitabili, non siamo più alleati. Gli sguardi sembrano non incrociarsi più. A volte siamo troppo occupati, affaccendati, non riusciamo a capire che l'amore è attenzione, comprensione, è dinamico come dinamica è ogni persona. In questa direzione va l'amara riflessione di un marito da poco lasciato dalla propria moglie:
"Mi ritiravo e tornavo a pensare ai miei affari. Che pazzo sono stato! Adesso capisco che mia moglie non voleva che io le dessi consigli per affrontare le difficoltà che incontrava a lavoro. Voleva la mia comprensione. Voleva che la ascoltassi, che le prestassi attenzione, che le dimostrassi che capivo le sue difficoltà, lo stress che accompagnava la sua giornata lavorativa, le pressioni cui era sottoposta. Voleva sapere che la amavo e che ero con lei. Non voleva consigli; voleva solo che la comprendessi. Io, invece, non ho mai cercato di comprenderla. Ero troppo occupato a darle consigli. Che pazzo! E adesso lei se n'è andata. Perché non riusciamo a capire queste cose mentre le viviamo? Mentre accadevano, ero cieco. Solo adesso ho capito che l'ho perduta".
Essere amore esige attenzione all'altro, riconoscere risorse e fragilità, ci impegna a parlargli con il cuore, assumendoci la responsabilità delle fragilità e della crescita. Anche se lo ripetiamo continuamente ci resta difficoltoso "incarnare" questo nei momenti della nostra vita quotidiana. In alcuni momenti siamo così affezionati al nostro modo di pensare, alle nostre abitudini, alla nostra sensibilità e ai nostri gusti, che abbiamo paura di cedere e di non ritrovarci più: "Devo fare sempre quello che piace a lei/lui", "Cedi oggi, cedi domani e l'altro se ne approfitta"... Non riusciamo a vedere la bellezza del percorso fatto insieme, le negatività e i litigi ci accecano.
In questo momento di "non bellezza", di "difficoltà", siamo chiamati a ridare forza al nostro amore, convinti che l'amore del Padre è capace di ridonare una nuova possibilità di testimoniare l'amore e la fedeltà. I coniugi cristiani, quindi, non godono di sconti o privilegi, vivono i conflitti, le piccole o le grandi disattenzioni che portano a turbamenti e insofferenze progressive. L'umiltà diviene il terreno dove può crescere l'albero della carità:
"paziente, benigna, che non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta". (1 Cor 13,4-7).
La conversione degli sguardi: guardare con gli occhi di Dio
Tutto questo è possibile quando i nostri sguardi sono protesi verso l'infinita tenerezza di Dio e si aprono ad essa nella realtà concreta. Non possiamo avere la pretesa di eliminare i contrasti e i differenti punti di vista, ma possiamo aiutarci a plasmare le nostre "crisi" in momenti di crescita e di maturazione reciproca. Quel giorno che abbiamo celebrato il nostro amore abbiamo anche deciso di farlo "nel Signore". Nella formula, oltre a quella umana, è insita un'altra scommessa. Ogni amore, ciascun amore, questo amore, divengono "sacramento". Gesù scende verso questa realtà per assumerla. Nell'amore umano s'innesta l'amore di Dio per l'umanità, di Cristo per la sua Chiesa. E' un sì degli sposi detto non solo al cospetto di Cristo, ma a Cristo, ed è un sì di Cristo detto agli sposi. Il sì detto è un sì detto a Dio e al suo progetto creativo originario sul matrimonio. E' un sì detto alla vocazione che Dio affida ai coniugi nella Chiesa e nel mondo, un sì al Dio della vita.
Nel film "Caso mai" di D'Alatri, il sacerdote che accoglie i due futuri sposi cita una frase di S. Agostino: "Sono due le cose più brutte, condurre una vita senza speranza e vivere una speranza senza fondamento". Vivere la speranza e fondare la propria speranza diviene il dato fondamentale di ogni coppia cristiana. E' Cristo il nostro fondamento e la nostra speranza. La centralità di Cristo ci dà la prospettiva dalla quale dobbiamo partire.
Comprendere fino in fondo quanto detto è sentirci figli di un amore che si è donato fino in fondo. Donarci fino in fondo e senza riserve, è rispondere ad un Dio che ha amato tanto il mondo, da dare il proprio figlio e rinnovare la propria fedeltà. La Croce, strumento orrendo e degradante di supplizio, subisce una trasfigurazione. Il legno di morte è diventato l'albero della vita. Lo strumento della degradazione è divenuto il luogo della manifestazione della gloria. Gesù sfigurato, la faccia intrisa del suo sangue, delle sue lacrime e dei nostri sputi, diventa il simbolo di un amore più forte della morte. La Croce ci rivela la verità del Padre, che ci ha amati fino a consegnarci suo figlio, ma nello stesso tempo ci rivela la verità del Figlio, che ci ha amati fino all'estremo nella sua obbedienza filiale al Padre.
Il colpo di lancia diviene una freccia in movimento che indica la direzione in cui il fedele deve guardare. Il sangue e l'acqua, che sgorgano dalla ferita, sono segni di vita, indizi evidenti della fecondità di quanto accaduto. Paradossalmente nel momento di maggiore sofferenza Gesù ci fa rivivere, ci ridà la vita, ci dà la possibilità di rivedere il volto glorioso della vittoria. Quella che Gesù ci apre è la strada della speranza: siamo amati nella nostra debolezza e finitezza. La vita umana che ha origine da Dio è da Lui sostenuta con lo stesso amore con cui è stata creata.
La fedeltà diviene, quindi, scuola di umiltà, spazio lasciato ad un Altro. Nella nostra relazione Dio è vicino. Il Dio cristiano è il Dio fedele. E' un Dio che è pronto a scommettere di nuovo anche quando umanamente tutto sembra perduto. Non abbandona il suo popolo, lo cinge d'affetto e di tenerezza. Egli è un Dio, innamorato follemente di noi. Anche quando non lo percepiamo e non lo comprendiamo, ci protegge e ci sostiene con il suo amore, la sua tenerezza, la sua comprensione.
La tenerezza, quindi, non è un sentimento o un semplice moto dell'animo, ma è un atteggiamento preciso, che implica decisione e maturità. La tenerezza è tenace, resistente, capace di tenere e trattenere, di imprimere e di toccare, di sostenere e accarezzare, non è opprimente, fa sentire l'altro desiderato e desiderabile, lo rende un valore senza il quale la nostra esistenza risulta vuota. Dio chiede, quindi, ad ognuno di noi, ad ogni coppia, all'interno della nostra famiglia di guardare con i suoi occhi. Ci chiede di non fermarci a guardare come nella parabola del Figlio Prodigo, con gli occhi del figlio maggiore "ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso" (Lc 15,30); ma di passare dalla parte del Padre. I suoi gesti sono intrisi di profonda tenerezza; l'abbraccio e i baci continui sono segni di perdono e riconciliazione. Il Padre tratta il figlio da eguale, non da schiavo o inferiore. Il perdono è un dono maggiore "Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,23-24). Il Padre è pieno di compassione, la sua non è pietà. Sembrano due parole simili, quasi sinonimi, ma in realtà sono diverse. La pietà, afferma la teologa Lilia Sebastiani2:
"è distante, la compassione è vicina; la pietà è paternalistica, la compassione è fraterna e "sororale"; la pietà è sottilmente superba e paga di sé, la compassione è cosciente e solidale in modo illimitato; pietà significa chinarsi su qualcuno dall'alto della propria rispettabilità, delle proprie sicurezze e del fatto che comunque non si è personalmente toccati dalla sua miseria, mentre compassione significa aprire il cuore, accogliere l'altro dentro di sé, riconoscere nelle sue sofferenze le proprie".
Questo ci invita a riflettere sulla dinamicità della fedeltà, come dinamica è la persona. La fedeltà, perciò, è continuamente rinnovabile, non conosce la passività e la ripetitività, la pigrizia e l'acquiescenza. Non è promessa ad un momento più o meno distante, ma ad una persona. Promettendo fedeltà scommettiamo sul tempo. Esso diviene mezzo per crescere, maturare e costruire. Ogni grande opera richiede tempo. Tuttavia, nel nostro contesto attuale si fa del tutto per ammazzarlo o per riempirlo al massimo: cultura della fretta, dell'immediato, della quantità. Il tempo dell'amore e della fedeltà è un tempo più affine a quello del giardiniere. Egli sa attendere, conosce la pazienza: "Se vorrai ogni giorno con il tuo sudore una pietra dopo l'altra alto arriverai", recita il cantico di S. Damiano Il giardiniere, inoltre, sa individuare il momento favorevole ad ogni operazione. Non a caso il Vangelo lo cita come esempio, unitamente al vignaiolo. E' commovente un amore che sboccia, ma come non riconoscere la bellezza di un amore che ha sostenuto il peso eccezionale della realtà? L'amore sa fare del tempo un alleato.
La fedeltà, quindi, si apre costantemente alla speranza, è contemporaneamente stabilità e rottura, sicurezza e rischio. Non si chiude in un ambito ristretto ma si apre verso una durata senza scadenze. Come coppie siamo chiamati a testimoniare l'apparente inutilità dell'amore. Esso sembra inutile, perché non si può quantificare, non si pesa, rientra in una logica totalmente diversa da quella portata avanti dal pensiero odierno. Chi ama non è indifferente, ma disponibile ad aprirsi all'altro, non ha paura di rischiare e di impegnarsi per timore di perdersi. L'amore alimenta la speranza, rifiuta di lasciarsi rinchiudere nella sua privatezza e ha imparato a guardare lontano.
L'essere porta3 diviene,infine, il segno distintivo della coppia cristiana. Due sono i movimenti della porta: chiusura ed apertura. La porta preserva l'intimità, fa da scudo alle intemperie, protegge. I coniugi se vogliono effettivamente essere segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa, devono prima di tutto crescere nel loro amore, in un reciproco e totale dono di sé. E' veramente importante che la coppia trovi, spazio, tempo e desiderio per una condivisione profonda: essere coppia è un dono che va custodito.
Ma d'altra parte la porta si apre ad una condivisione più ampia. Essere fino in fondo coppia, significa anche essere con gli altri e per gli altri imparando a giocare la propria esistenza personale e coniugale per gli altri. I coniugi non vivono la carità coniugale chiudendosi nel proprio mondo, ma operando dentro le realtà temporali. La santità non è da ricercare altrove o nonostante, ma proprio in e mediante la vita coniugale.
In questo cammino il Signore si fa compagno di viaggio come ha fatto con i pellegrini di Emmaus. Li ha aiutati a rileggere i fatti alla luce della Parola di Dio, donando loro speranza. Si è seduto a tavola con loro e con loro ha spezzato il pane. Così vuole fare con ogni coppia. Tocca a noi invitarlo alla nostra mensa.
Luca Tosoni
Note
- Cfr. V. ANDREOLI, La follia del mondo. Per una psichiatria della storia, Ed. Marietti, Genova-Milano 2003, p.103.
- L. SEBASTIANI, Coscienza, libertà, profezia..., in "A partire dai cocci rotti", Cittadella editrice, Assisi 2001, p. 162.
- L. TOSONI, Vivere e costruire l'amore, La Piccola editrice, Celleno 2001, p.52.
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Coppie di fatto e conviventi è il "contratto" che fa paura
...Specie se hanno una buona istruzione e buone prospettive professionali, le donne possono valutare che il matrimonio impone prezzi troppo alti e asimmetrici. E che non ci siano abbastanza uomini per i quali valga la pena di correre il rischio....
Negli Stati Uniti il calo dei matrimoni è dovuto in larga misura alla perdita di forza sociale di questa istituzione. Essa non sembra più necessaria né per vivere insieme come coppia, né per avere figli. Non è neppure più un mezzo di collocazione sociale per le donne, sia perché la facilità del divorzio indebolisce di molto questa funzione di garanzia, sia perché le donne stesse sempre meno derivano il proprio status sociale dal legame con il marito. Nonostante anche in quel paese la parità tra uomini e donne non sia affatto raggiunta, da tempo la maggior parte delle donne ha imparato, per necessità o per virtù, che è meglio contare sulle proprie forze e sulla propria collocazione nel mercato del lavoro.
Un tempo erano soprattutto le donne della minoranza nera a non sposarsi mai. Perché non avevano particolari vantaggi dall´essere sposate a uomini spesso resi socialmente deboli e vulnerabili dagli effetti diffusi del razzismo e della discriminazione. Oggi sono anche le donne bianche e di altre minoranze meno discriminate ad avere dubbi sui vantaggi del matrimonio rispetto ai costi di una persistente divisione del lavoro che continua ad affidare loro la maggior parte del lavoro familiare, per i figli, ma anche per i mariti. Tanto più che questi ultimi non sempre accettano una moglie davvero "pari" sul piano professionale e del prestigio sociale. Specie se hanno una buona istruzione e buone prospettive professionali, le donne possono valutare che il matrimonio impone prezzi troppo alti e asimmetrici. E che non ci siano abbastanza uomini per i quali valga la pena di correre il rischio.
Simmetricamente, molti uomini possono non considerare appetibili come mogli donne che somigliano troppo a loro, per quanto riguarda l´investimento sul lavoro e la pretesa che le proprie priorità vadano rispettate. Meglio convivere, o anche «vivere insieme stando separati, ciascuno a casa propria», viaggiando "leggeri" sul piano delle aspettative e obbligazioni reciproche. Anche se quando ci sono figli, tutta questa "leggerezza" può diventare improvvisamente pesante e svicolare dalle obbligazioni difficile, a prescindere dalla forma giuridica della relazione di coppia.
In Italia la diminuzione dei matrimoni non deriva tanto dall´indebolimento sociale dell´istituto del matrimonio, quanto dal ritardo con cui vi si entra. Non sono, infatti, aumentati significativamente i celibi e nubili "definitivi". Piuttosto si è alzata l´età al primo matrimonio. Ciò a sua volta dipende certo dal fenomeno tutto italiano del ritardo con cui i giovani escono dalla casa dei genitori, un ritardo oggi accentuato dalle difficoltà che i giovani incontrano a collocarsi nel mercato del lavoro. Ma dipende anche dal diffondersi delle convivenze di fatto, sia come nuova tappa della vita di coppia, prima di sposarsi, sia come alternativa più o meno temporanea al matrimonio stesso. Fenomeno assolutamente marginale fino a un decennio fa, oggi l´esperienza di convivenza di fatto coinvolge una minoranza sostanziosa di coppie, particolarmente tra le più istruite e che vivono nel Centro-Nord. Questa concentrazione insieme geografica e di caratteristiche sociali suggerisce che anche in Italia le aspettative insieme di autonomia e di parità delle giovani donne giocano un ruolo importante nel cercare forme alternative di rapporti di coppia, istituzionalmente più "leggere" e meno socialmente regolate del matrimonio: convivere prima di, o invece di, sposarsi come strumento di negoziazione delle aspettative e priorità di ciascuno e reciproche. Tanto più che l´Italia è uno dei paesi in cui la divisione del lavoro in base al genere è più cristallizzata.
Chiara Saraceno
La Repubblica 08/11/2011
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Dare tutto senza contraccambio
È stata avviata dal 2003 una specifica pastoralità per sostenere le persone separate o divorziate sole. Il cammino spirituale prevede la preghiera e la formazione, per valorizzare il matrimonio-sacramento e approfondire il senso dell'indissolubilità.
La Commissione diocesana per la Pastorale familiare ha ufficialmente avviato, dal settembre 2003, una specifica pastoralità per sostenere le persone separate o divorziate sole, perché, se il sacramento è stato celebrato validamente, la Chiesa ha il compito di aiutare questi fratelli a mantenere la fedeltà agli impegni matrimoniali1.
Il cammino spirituale è stato sottoposto all'attenzione di monsignor Salvatore Di Cristina, già vescovo ausiliare di Palermo oggi arcivescovo di Monreale, che l'ha sostenuto fin dall'inizio, sia seguendone la nascita e l'evoluzione sia scrivendo la prefazione al libro II dono di sé (ed. Effatà), in cui viene presentato un percorso che aiuti il separato a essere fedele al sacramento.
Questo cammino specifico scaturisce da un'attenta riflessione sull'orizzonte escatologico del matrimonio, il cui fondamento è l'alleanza fra Dio e l'umanità. Dio vuol fare un patto sponsale con la sua creatura, decaduta per il peccato, con una relazione di comunione e di unità tali da assumere la natura umana in quella divina. Dal libro della Genesi all'Apocalisse, la Sacra Scrittura presenta la relazione fra Dio e l'umanità come un rapporto nuziale che è valido solo se i due contraenti donano liberamente il proprio assenso.
L'Alleanza nuziale tra Dio e il suo popolo Israele aveva preparato l'Alleanza nuova ed eterna nella quale il Figlio di Dio, incarnandosi e offrendo la propria vita, in certo modo ha unito a sé tutta l'umanità da lui salvata, preparando così «le nozze dell'Agnello». (Catechismo della Chiesa cattolica 1612)
La sponsalità esige fedeltà, dedizione e donazione feconda2 perché Cristo-Sposo si dona all'umanità con dedizione e fedeltà, sino alla fine, per aderire al progetto salvifico del Padre. Tuttavia la consegna del Cristo... avviene in modo drammatico3, e le Nozze dell'Agnello si consumano sulla Croce. Pertanto anche gli sposi, in particolare i separati, sono chiamati a s/offrire (offrir/si) uniti a Cristo-Sposo, perché il progetto d'amore di Dio sia portato a compimento.
Gesù sulla Croce è il Tutto donato e il Tutto perso, che equivale alla nuzialità al livello più elevato. Tutto dato senza aspettarsi contraccambio: è il vertice della donazione dell'amore, la nuzialità piena per l'altro senza aspettarsi una sua risposta.
Sulla Croce il corpo dato e rifiutato, nella vita e sul talamo il corpo dato e rifiutato.
Soltanto unito allo sposo il separato, che resta solo, esce dalla tentazione del ripiegamento e dell'isolamento, per vivere la separazione insieme a Cristo Risorto con le stimmate gloriose.
La ferita diventa casa d'amore, cuore non chiuso ma aperto alla dimensione di Dio4.
Quindi rinnovare l'impegno del sacramento innalza il dono di sé all'orizzonte di Dio: quello escatologico che trascende, pur includendolo, il progetto coniugale umano.
Un coniuge resta a testimoniare, con la propria vita, la relazione nuziale di Cristo-Sposo-Risorto con la Chiesa-Sposa anche se infedele.
Infine, ci sembra che questa testimonianza assuma in modo più incisivo un valore apologetico nei confronti del sacramento e della sua missione.
Obiettivo: fedeli al progetto
L'obiettivo dell'accompagnamento pastorale è quello di sostenere il separato solo e aiutarlo a essere fedele al progetto nuziale di Dio per la coppia.
Poiché nessun sacramento può fallire, spezzarsi o finire, è fuorviante parlare di matrimonio finito, spezzato, fallito perché, per il carattere di indissolubilità, permane l'unione nello spirito e ognuno dei due coniugi è sempre ministro in esclusiva della grazia, proveniente da questo canale.
La celebrazione del matrimonio, infatti, abilita ciascuno dei due coniugi a esercitare il triplice munus battesimale in modo specifico a favore del coniuge e dei propri figli, ma anche per le famiglie d'origine e per la Chiesa tutta.
Dato che questi concetti, per la nostra esperienza, sono ancora poco conosciuti, ci sembra opportuno e doveroso impegnarci a riflettere, in maniera più approfondita, sul ministero sponsale dei coniugi (Gaudium et Spes n. 48).
Quindi la meta verso cui si procede è una più alta, ampia e profonda coscienza della missione che Dio continua ad affidare: "La custodia del coniuge".
Questa rinnovata sapienza del cuore può produrre, nel separato solo, l'atto libero e volontario di rinnovare gli impegni matrimoniali anche nella situazione di separazione. Pertanto, annualmente nel ritiro di chiusura, ogni separato, che ha maturato tale consapevolezza, rinnova comunitariamente il proprio "Sì" a Dio (Il Rito del rinnovo del "Sì" è consultabile sul sito www.arcidiocesi.palermo.it/?id_pagina=2044&link_menu=1). Nel corso della celebrazione eucaristica si confermano gli impegni matrimoniali con il Rito composto da padre Pietro Sorci, docente di Liturgia alla Facoltà teologica di Sicilia e presidente della Commissione liturgica diocesana e regionale.
Contenuti degli incontri
Gli incontri (bimensili) prevedono la preghiera e la formazione, per valorizzare il matrimonio-sacramento e approfondire il senso dell'indissolubilità nella situazione di separazione, tramite temi connessi alla vocazione matrimoniale.
Le riunioni sono strutturate in modo da alternare i momenti formativi con quelli della rielaborazione personale e della condivisione comunitaria.
Di anno in anno la programmazione è adeguata ai bisogni che emergono e alle proposte fatte dagli stessi partecipanti.
I separati che s'inseriscono per la prima volta iniziano dalla riedificazione della persona come figlia di Dio, progressivamente fanno il percorso del perdono per affrontare l'obiettivo principale: la missione del sacramento.
A ogni separato viene chiesto soltanto il nome e notizie minime inerenti i figli, la propria parrocchia e un'eventuale appartenenza a gruppi o movimenti ecclesiali.
Chi desidera un colloquio riservato concorda un incontro con i direttori, per avere un aiuto più pertinente su vari settori: spirituale, giuridico, psicologico ecc.
Il gruppo specifico aiuta il separato a superare più celermente le fasi più buie e sofferte della separazione. Il gruppo non organizza momenti conviviali o socializzanti, tranne che in occasione dei ritiri annuali. Invece ogni partecipante è invitato a prendere parte alle attività della propria parrocchia, agli eventi diocesani con il vescovo e a convegni o seminari su tematiche relative alla famiglia per ampliare la formazione specifica e per accrescere il senso ecclesiale.
Partecipanti e relatori
Il gruppo accoglie, oltre i separati soli, anche le persone che vivono indirettamente una separazione familiare: sorelle, fratelli, genitori (solitamente non si pensa che anche loro ne soffrono). Sono invitati: operatori di Pastorale familiare, diaconi, catechisti e tutti coloro che desiderano conoscere e sostenere il cammino di fedeltà al sacramento.
I relatori possono essere: operatori di Pastorale familiare, sacerdoti, diaconi e laici esperti in vari settori. In questo modo avviene una reciproca conoscenza: infatti, i relatori fanno esperienza personale di questo gruppo e i partecipanti incontrano alcune persone con specifici incarichi nella diocesi.
II gruppo è guidato dai direttori dell'Ufficio di Pastorale familiare (attualmente i coniugi Chiancone), aiutati dai separati promotori del cammino.
In sintesi:
- il separato ha bisogno di compassione e carità, non di pietismi;
- occorre capire le difficoltà (economiche, educative, legali...) che deve affrontare e offrirgli un aiuto concreto;
- è opportuno sapere se frequenta costantemente la propria parrocchia, un gruppo di preghiera o di volontariato;
- all'inizio è prematuro parlare di perdono e di fedeltà al sacramento: sono mete del cammino;
- è importante interessarsi dei figli perché spesso il genitore che lascia la casa discredita l'educazione cristiana che il separato vuole attuare.
I frutti del cammino per i separati che partecipano a questi gruppi sono:
- - una certa serenità, che porta ad avere rapporti meno conflittuali con il coniuge, anche in situazioni di difficoltà;
- - la consapevolezza della testimonianza, data senza ostentazione, della propria vita (portano sempre la fede al dito) ;
- - crescita sia sul piano spirituale che su quello dottrinale;
- - maggiore senso di appartenenza alla Chiesa.
Nella diocesi bisogna diffondere, anche a livello parrocchiale, un aspetto ancora poco visto del matrimonio-sacramento.
Inoltre, in Italia si è avviato un fecondo confronto con altri gruppi similari attivati dall'Ufficio di Pastorale familiare delle diocesi di: Cremona, Treviso, Cesena, Firenze, Biella, Torino e Reggio Calabria. Infine, a seguito dell'articolo pubblicato su Avvenire il 5 giugno 2005 a pag. 19 e diffuso da www.zenit.org abbiamo ricevuto da oltre oceano richieste d'informazioni da parte di persone separate, desiderose di poter avviare un gruppo analogo a questo di Palermo.
Maria Pia Campanella, Angela e Pasquale Chiancone
NOTE
- Direttorio di Pastorale familiare cap. VII n. 208.
- Catechismo della Chiesa cattolica n 1643.
- «L'uscita/dono del Figlio dalla Trinità avrebbe po
tuto essere "pacifico"; di fatto non è così, perché il do
no ha incontrato il rifiuto che ha reso ancora più do
no il Dono. La consegna del Cristo... non avviene in
modo idilliaco, ma in modo drammatico». G. Mazzan-
ti, Mistero pasquale mistero nuziale, Edb, Bologna 2002,
pag. 35.
- Riflessione di don Renzo Bonetti, 2001.
da Famiglia Oggi. n.4/2008. Dare tutto senza contraccambio (Pastorale/Divorziati soli):103-106.
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Accompagnamento per i separati
Occorre portare a compimento il progetto nuziale di Dio per la coppia (anche se vive separata), perché il separato è ancora custode del coniuge. Il separato, fedele al sacramento, resta a testimoniare, con la propria vita, la relazione nuziale di Cristo-Sposo Risorto con la Chiesa-Sposa anche se infedele.
II gruppo diocesano "S. Maria di Cana" nasce ufficialmente nel settembre 2003, come una delle attività pastorali curate dalla Commissione di Pastorale Familiare (il termine "gruppo" indica una delle attività pastorali curata dalla Commissione diocesana della Famiglia). Dopo un periodo di studio del Magistero della Chiesa, di riflessione e di ricerca d'esperienze a livello locale, nazionale e internazionale (l'esperienza più fruttuosa è stata quella dell'associazione ecclesiale francese Communion Notre-Dame de l'Alliance. È un'associazione ecclesiale con statuto approvato dalla Conferenza Episcopale Francese. Sito internet www.cn-da.org), la Commissione di P. F. ha inserito fra le sue attenzioni pastorali un percorso specifico per le persone separate o divorziate sole. Il cammino spirituale è stato sottoposto all'attenzione di mons. Salvatore Di Cristina, già vescovo ausiliare di Palermo oggi arcivescovo di Monreale, che l'ha sostenuto fin dall'inizio, seguendone la nascita e l'evoluzione, presentandolo al papa in occasione della visita ad limina (marzo 2007) e scrivendo la prefazione al libro Il dono di sé, ed. Effatà, sul percorso di fedeltà al sacramento. Dalla riflessione sull'orizzonte escatologico del matrimonio sono scaturite delle considerazioni che sono alla base di questo cammino, in particolare: i sacramenti sono eventi ecclesiali e pertanto la comunità deve prendersi cura delle famiglie che vivono la difficoltà della disunione dei coniugi; il giorno del matrimonio, ognuno dei due coniugi è abilitato per la grazia del sacramento al "ministero coniugale": «Da parte loro, "i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato" [GS, 48]». «Due altri sacramenti, l'Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all'edificazione del popolo di Dio. (CCC 1534)». Pertanto ognuno dei due coniugi è ministro in esclusiva della grazia che proviene dal sacramento per il servizio alla santità del coniuge (anche se vive separato) e dei figli in particolare, ma anche a favore della Chiesa tutta. Poiché nessun sacramento può fallire, spezzarsi o finire, è fuorviante parlare di matrimonio finito, spezzato o fallito perché, per il carattere di indissolubilità, permane l'unione nello spirito. Occorre portare a compimento il progetto nuziale di Dio per la coppia (anche se vive separata), perché il separato è ancora custode del coniuge. Il separato, fedele al sacramento, resta a testimoniare, con la propria vita, la relazione nuziale di Cristo-Sposo Risorto con la Chiesa-Sposa anche se infedele. La scelta del la "solitudine", cioè la scelta "unica", è stata fatta fin dal giorno della celebrazione del sacramento e non al momento della separazione. Infine, in questo momento storico di forti attacchi al matrimonio e alla famiglia fondata su di esso, non possiamo non evidenziare l'aspetto apologetico di questo cammino nei confronti del sacramento. Fin dall'inizio, i separati promotori dell'iniziativa hanno voluto porre il gruppo sotto la protezione di Maria scegliendo il nome di S. Maria di Cana.
Obiettivo: l'obiettivo dell'accompagnamento pastorale è quello di sostenere, umanamente e spiritualmente, il separato solo e aiutarlo ad essere fedele al progetto nuziale di Dio per la coppia. Pertanto gli incontri hanno il fine di valorizzare il matrimonio e approfondire il senso dell'indissolubilità nella situazione di separazione coniugale. Il cammino prevede tre tappe fondamentali; la riedificazione personale come figlio di Dio; il percorso del perdono; il rinnovo degli impegni matrimoniali. Il perdono e il Rinnovo del Sì sono mete del cammino, per cui è opportuno iniziare dal Battesimo, che è la radice del nostro essere cristiani e del matrimonio-sacramento. Il rinnovo degli impegni matrimoniali è una scelta libera e volontaria che la persona separata può fare quando ha acquisito la consapevolezza di essere sempre ministro in esclusiva della grazia, che proviene dal sacramento, per la santificazione del coniuge e dei propri figli. Solo così tutti sacrifici, le sofferenze, le lacrime hanno senso perché, riversati nella grazia del sacramento, sono come un fiume sotterraneo che non si vede, ma scorre silenziosamente facendo fruttificare le piante e gli alberi che vivono di sopra. Nel ritiro di chiusura di ogni anno, le persone separate, nel corso della celebrazione eucaristica, rinnovano comunitariamente il Sì nuziale a Dio con il Rito redatto appositamente da fra Pietro Sorci, docente di Liturgia alla Facoltà Teologia di«Sicilia.
Modalità, incontri e contenuti
Dall'inizio dell'attività le modalità degli incontri sono state via via adeguate alle esigenze che si andavano evidenziando. Gli incontri previsti mensilmente sono due domenicali, per permettere ai genitori separati di trascorrere le altre domeniche con i propri figli. I temi scelti annualmente hanno sempre lo scopo di ampliare e arricchire le conoscenze sul sacramento. Le riunioni sono strutturate in modo da alternare i momenti formativi con quelli della rielaborazione personale e della condivisione comunitaria. Per i separati che annualmente si presentano per la prima volta si organizza in contemporanea un secondo gruppo per aiutare a superare i momenti più bui della separazione. Gli incontri non prevedono cene, pellegrinaggi o attività cosiddette socializzanti. Solo in occasione dei ritiri si pranza insieme. I separati sono esortati a inserirsi nella propria parrocchia, a partecipare agli eventi diocesani con il vescovo e a convegni o seminari sulle tematiche familiari. L'incontro inizia con la preghiera, che in questi anni è diventata da breve e semplice a celebrazione comunitaria dei Vespri, sotto la guida del diacono Chiancone, già direttore con la moglie dell'Ufficio Famiglia.
Partecipanti: agli incontri possono partecipare tutte le persone che vivono direttamente o indirettamente la sofferenza di una separazione nella propria famiglia (nonni, figli, sorelle, fratelli, parenti in genere). Vengono invitati diaconi, catechisti, operatori di pastorale perché conoscano personalmente questo cammino.
Possono partecipare coniugi, fidanzati e chiunque voglia sostenere il cammino di fedeltà al sacramento. In questi anni sono state accolte anche coppie in situazione irregolare, con la sola condizione di rispettare il programma già organizzato, però dando ampia disponibilità ad incontri personali per le loro problematiche. Di fatto hanno frequentato solo alcuni incontri. Il gruppo quindi non è un ghetto, come talvolta erroneamente viene pensato. La presenza di altre persone è motivo di conforto per i separati frequentanti. Relatori: i relatori invitati sono sia presbiteri che laici, con una specifica funzione all'intorno della diocesi nel settore della famiglia. In questo modo abbiamo trattato vari argomenti dalla validità del consenso all'educazione dei figli, oltre gli aspetti liturgici, teologici e dottrinali del matrimonio.
Frutti: Ad intra, per i separati: una certa serenità, che porta ad avere rapporti meno conflittuali con il coniuge, anche in situazioni di difficoltà; la consapevolezza della testimonianza, data senza ostentazione, della propria vita (portano sempre la fede al dito}; crescita sul piano spirituale e su quello dottrinale, in generale come cristiano, in particolare come coniuge e genitore; maggiore senso di appartenenza alla Chiesa. Nella diocesi: diffusione, anche a livello parrocchiale, di un aspetto poco visto del matrimonio-sacramento. Ad extra, in Italia: un fecondo confronto con altri gruppi similari attivati dall'Ufficio di P.F. delle diocesi di: Cremona, Treviso, Cesena, Firenze, Biella e Reggio Calabria. Fuori Italia: Infine, a seguito dell'articolo pubblicato su Avvenire il 5 giugno 2005 e diffuso da ZENIT (Codice: ZI05060801) abbiamo ricevuto da oltre oceano (USA, Panama, Argentina, Australia) richieste d'informazioni da parte di persone separate, desiderose di poter avviare un gruppo analogo a questo di Palermo.
Per informazioni, v. sito internet:
http://www.arcidiocesi.palermo.il/?id_pagina=2044&link_menu=1
da IL DIACONATO IN ITALIA anno 42 gennaiofebbraio 2010 n. 160.
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I figli di famiglie separate: i Gruppi di Parola
Il divorzio rappresenta per i figli una prova, un evento critico che comporta difficoltà e cambiamenti da affrontare; tuttavia, la letteratura indica come non sia la separazione in sé il vero rischio per i figli, bensì l'esposizione al prolungato ed elevato conflitto genitoriale.
Introduzione
Il divorzio rappresenta per i figli una prova, un evento critico che comporta difficoltà e cambiamenti da affrontare; tuttavia, la letteratura (Camara & Resnick, 1988; Marzotto & Telleschi, 1999) indica come non sia la separazione in sé il vero rischio per i figli, bensì l'esposizione al prolungato ed elevato conflitto genitoriale. Essa inoltre illustra come a volte per i genitori, presi dalle loro vicende interpersonali, possa risultare molto difficile udire la voce dei figli e riconoscere il loro disorientamento (Dolto, 1988).
Ecco allora che i Gruppi di Parola possono rappresentare una risorsa idonea a cui i figli di famiglie divise possono fare riferimento per mettere parola sul dolore e intraprendere un lavoro di ricerca di senso rispetto a quanto accaduto, dare una prospettiva storica alla vicenda separativa e prefigurare nuovi e possibili scenari di vita anche a fronte della separazione (Marzotto, 2000). I figli "parlano la famiglia" (Simon, 2007) e mettono parola sui sentimenti che circolano nel gruppo familiare e tra le generazioni, ma a volte manca loro un tempo e uno spazio dedicato, con un interlocutore alla pari o un adulto di fiducia.
La ricerca
Il presente contributo si inserisce in un progetto di ricerca che si focalizza sui Gruppi di Parola per figli di genitori separati ed ha l'obiettivo di coglierne le peculiarità a livello del contenuto, mediante l'analisi di alcuni elementi processuali del gruppo, i quali dipendono sia dalle dinamiche relazionali che si instaurano nella dimensione gruppale, che dal percorso peculiare di ogni singolo bambino.
Oggetto di analisi è stato un Gruppo di Parola composto da quattro bambini, che si è tenuto nel corso del 2010 presso il Servizio di psicologia clinica per la coppia e la famiglia dell'Università Cattolica di Milano.
I bambini hanno un'età compresa tra 8 e 11 anni e il gruppo è omogeneo al livello di genere, essendo caratterizzato da una presenza tutta maschile.
All'interno della dinamica processuale degli incontri, è stato ritenuto opportuno considerare tre attività particolarmente significative, poiché situate in momenti cruciali del percorso:
- il Cartellone delle due case (I incontro),
- il Collage sul conflitto (II incontro)
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la scrittura della Letterona ai genitori (III incontro).
Attraverso l'osservazione delle videoregistrazioni dei quattro incontri, è stata costruita una griglia di codifica ad hoc, illustrata di seguito.
- Prima parte relativa ai dati strutturali e di indicatori relativi al setting in cui si svolge il gruppo (numero di bambini presenti durante gli incontri; posizione del gruppo nello spazio durante l'attività).
- Indicatore relativo alle persone che vengono nominate durante l'attività in modo spontaneo.
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- Indicatore riguardante i processi comunicativi (frequenza dei turni di parola di ogni soggetto).
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- Indicatore atto a distinguere tra loro alcune tipologie di affermazioni dei partecipanti, classificandole in:
- condivisione di strategie di coping alla situazione: (i bambini si confrontano sulle modalità . per far fronte all'evento critico);
- avverbi di negazione;
- avverbi di certezza;
- domande o richieste;
- risposte evasive;
- richiesta di precisazioni su come svolgere l'attività;
- affermazioni sulla propria situazione o sulla separazione in generale;
- affermazioni relative all'hic et nunc dell'attività;
- affermazioni generiche che esulano dal contesto.
- Indicatore relativo alla tipologia di domande poste (domande di chiarimento sulla separazione; domande che si riferiscono all'attività di gruppo)
- Indicatore legato ai temi emersi, durante le attività, rispetto alla separazione: affidamento dei figli; antipatia verso i compagni dei genitori; distanza da un genitore; visite al genitore non collocatario; litigi con i figli dei compagni; conflitto dei genitori; conflitto nei giochi elettronici; altri argomenti come giochi, programmi televisivi, sport, scuola o battute umoristiche.
Per quanto riguarda la percezione del conflitto genitoriale, sono state considerate tre componenti fondamentali che possono influenzare l'elaborazione della realtà.
La componente emozionale, che dipende dal significato situazionale e soggettivo attribuito all'evento, comprende le emozioni sperimentate dai bambini durante i momenti conflittuali tra i genitori come rabbia, vergogna, paura del conflitto, senso di colpa per la separazione, etc...
La componente cognitiva, che fa riferimento alla modalità con cui i bambini elaborano l'esperienza del conflitto genitoriale, ad esempio provano un senso di impotenza e di impossibilità a modificare la realtà.
La dimensione comportamentale, che riguarda le azioni messe in atto per far fronte all'evento, ad esempio nascondersi e osservare ciò che accade tra mamma e papà.
- Indicatore riguardante le richieste e le aspettative dei bambini che emergono durante la Letterona, come modalità per non far tacere i loro bisogni e la loro sofferenza.
Considerazioni
Come sostiene Miglietta (2000) "la processualità nel gruppo risente molto delle trasformazioni dei singoli soggetti", per questo motivo è fondamentale considerare le trasformazioni avvenute nei singoli soggetti, oltre che le dinamiche interattive tra i membri. In particolare, di seguito sarà illustrata la sintesi del caso di uno dei bambini che ha partecipato al Gruppo di Parola, sulla base degli indicatori precedentemente descritti.
Durante il Cartellone delle due case i temi emersi riguardano soprattutto l'affidamento dei figli; ad esempio Giorgio spiega come avviene la decisione dei genitori di separarsi e cosa accade davanti al giudice. Inoltre, racconta della difficoltà di vedere il padre per la lontananza e a causa del rapporto conflittuale con i figli della sua nuova compagna.
Durante il Collage, esprime le emozioni attraverso l'uso di immagini come strumento espressivo, le quali raffigurano rabbia e aggressività. Fa riferimento anche ai conflitti virtuali per rappresentarsi un'immagine più chiara e definita di conflitto e per proiettare i vissuti del proprio mondo interno.
Durante la scrittura della Letterona vorrebbe che i genitori urlassero di meno e vorrebbe ricevere più attenzioni. Inoltre, Giorgio esprime una precisa richiesta di informazioni che vorrebbe comunicare ai genitori: "perché vi siete separati?", riflettendo il bisogno di avere delle risposte rispetto a ciò che sta cambiando.
Sulla base dell'analisi svolta è possibile affermare che, attraverso la condivisione delle reciproche esperienze in un contesto di gruppo, i bambini si sono sentiti emotivamente più sollevati. Le attività si sono connotate come dei momenti trasformativi, carichi di significati simbolici, in cui sono emerse le rappresentazioni della situazione familiare.
In conclusione, come afferma Dolto (1991), "il bambino percepisce benissimo la verità in chi è "vivo", in chi cerca di divorziare, e anche in chi "zoppica" [...]"; vale a dire bisogna saper cogliere i segnali dei figli in una difficile transizione come il divorzio e sapersi sintonizzare con i loro bisogni, dare uno spazio di parola alla loro sofferenza e non lasciarli in una condizione silente.
Il senso dei Gruppi di Parola è proprio racchiuso in queste parole: dare senso, in uno spazio ed un tempo consono, a ciò che con difficoltà verrebbe condiviso all'interno del contesto familiare.
Bibliografia sintetica
Camara K. A., & Resnick G. (1988). Interparental conflict and cooperation: Factors moderating children's post-divorce adjustment. In Hetherington E., M. & Aratesh J. (Eds.), Impact of divorce, singleparenting, and stepparenting on children, 169-195, Hillsdale, NJ: Erlbaum.
Dolto F. (1988). Le parole dei bambini e l'adulto sordo, Mondadori, Milano.
Dolto F. (1991). Quando i genitori si separano, Mondadori, Milano.
Marzotto C. (2000). Il lavoro di gruppo con bambini appartenenti a famiglie divise. "Politiche sociali e servizi", 2, 387-403.
Marzotto C., Telleschi R. T. (a cura di) (1999). Comporre il conflitto genitoriale. La mediazione familiare: metodo e strumenti, Unicopli, Milano.
Miglietta D. (2000). Gruppi in età evolutiva, UTET, Torino.
Simon M. (2007). La place et la parole de l'enfant dans les transitions familiales. Doctorat "Psychologie Clinique et psychopathologique", Ecole doctorale "Sciences de l'homme, du politique et du territoire" – Laboratoire Interdisciplinaire de Psychologie, UPMF Grenoble II, France.
I figli di famiglie separate: i Gruppi di Parola. I figli di famiglie separate nei Gruppi di Parola: analisi dei contenuti e delle dinamiche di gruppo. Tesi in breve di Alessandra Cornale
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